Amico di narcos e terroristi: gli Usa condannano il governo colombiano

Mauricio Santoyo, generale in congedo e capo della sicurezza dell’ex presidente Uribe, è stato condannato per legami con i paramilitari delle Auc: terroristi sanguinari e narcotrafficanti di ultra-destra. L’ex-presidente si dissocia da questo e da tutti gli altri molti casi che hanno coinvolto i suoi ministri, ma che toccano anche lui e il suo successore, Manuel Santos

Presidente Santos: in Colombia non tutti gli eserciti sono regolari e i politici faticano a distinguerli (foto: Andres Piscov - Presidencia Colombia)

Presidente Santos: in Colombia non tutti gli eserciti sono regolari e i politici faticano a distinguerli (foto: Andres Piscov – Presidencia Colombia)

«Sapeva di aiutare narcos, assassini e rapitori, mettendo così in pericolo i suoi colleghi poliziotti». In questi termini il PM americano Neil McBride si è riferito all’ex generale colombiano Mauricio Santoyo, poco prima che il tribunale della Virginia da cui questi veniva processato per essersi fatto corrempere dai paramilitari fascisti delle Auc ed aver giocato un ruolo di responsabilità indiretta in 16 omicidi, emettesse una sentenza di condanna a 13 anni di carcere, che dovranno essere seguiti da 5 di libertà vigilata e dal pagamento di una multa da 125 mila dollari.

Era stata chiesta una pena maggiore, ma la confessione firmata dall’uomo forte della sicurezza dell’ex presidente Alvaro Uribe (2002/2010) è valsa come un’attenuante per il diritto statunitense. Santoyo non è solo un 53enne discendente da una ricca famiglia colombiana, con 30 anni di carriera nella polizia nazionale culminati con il grado di generale e con la designazione a far da guardaspalle alle massime cariche dello stato e al resto del paese. Santoyo è anche il primo generale colombiano ad essere stato estradato in Usa ed ora anche il primo ad essere condannato in questo stesso territorio.

L’unione tra queste colpe ed il suo rango fanno di lui la punta di un iceberg di immondizia congelata, da cui, mano a mano che le acque tiepide e salate del tempo ne lambiscono i lati, e gli amici di ieri diventano i nemici di oggi, si staccano blocchi di mele marce che sporcano il bilancio ed il giudizio storico di quasi un decennio di politica colombiana, che nella fattispecie è anche in linea di continuità ideologica con l’attuale governo di Manuel Santos. Se da un lato i movimenti sociali di questo paese hanno denunciato per anni i legami tra il presidente Uribe e i narcotrafficanti delle Auc (Autodefensas Unidas de Colombia), ora i verdetti di giurie americane, le confessioni firmate presso le stesse e le nuove accuse rivolte ad altri funzionari, lasciano pochi dubbi sulla reale natura di quel ceto dirigente.

Oltre a Santoyo, che, secondo quanto stabilito in base a prove raccolte dalla Dea, da un lato recitava in pubblico la parte di paladino della sicurezza, mentre dall’altro (precisamente tra il 2001 e il 2008) si faceva pagare dai paramilitari per informarli sullo stato delle indagini nei loro confronti, sull’ora e il luogo delle retate o su quali telefoni fossero finiti sotto controllo, compaiono anche molti altri nomi divenuti famosi nel gabinetto di Uribe.

Tanto per cominciare, il delfino dell’ex presidente: Andres Felipe Arias, soprannominato ‘Uribito’ per il legame indissolubile che saldò con il padre politico. Costui fu ministro dell’Agricoltura ed ora che non lo è più viene accusato di aver girato verso i propri conti correnti il programma di sussidi alle campagne (Agro Ingreso Seguro – Ais) che, sulla carta, avrebbe dovuto aiutare i contadini poveri. In questo caso, più unico che raro, Uribe non ha dato le spalle al vecchio allievo: «È un prigioniero politico», ha gridato quando le sue imputazioni sono diventate pubbliche, ma altre volte l’ex presidente non ha potuto fare a meno di dissociarsi.

Come nel caso dell’ex Alto commissario per la Pace, Luis Restrepo: oggi scrittore barbuto, vittima di accuse infamanti. Ieri politico rasato che reclutò centinaia di poveri cristi affinchè fingessero di essere ex guerriglieri comunisti delle Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), che avevano disertato dall’oblio drogato delle armi marxiste in montagna, per consegnarsi alla pace democratica di Bogotà. Ma invece erano solo passeggiatori pagati dal governo per mostrarsi alle telecamere. Uno sgarro minore, se lo si compara, per esempio, con quelli commessi da due figure centrali dalla guerra al traffico di droga degli ultimi anni: i colonnelli Roque Garcia Pedriza e Carlos Meza Carrillo, che hanno firmato un’estradizione volontaria e si trovano ora a Miami, in Florida, con l’accusa di averne combinate di tutti i colori.

Tra le varie, avrebbero per esempio mandato ad ammazzare il superteste del caso Los Mellizos (I Gemelli), Juan Manuel Gaviria, ucciso nel 2009 assieme alla scorta. Avrebbero rubato il motoscafo sequestrato nel 2008 al boss Juan Carlos Ramirez Abadia, che questi aveva battezzato La Chupeta, ed avrebbero offerto protezione armata al clan Cifuentes Villa, comandato da Pacho Mentira (Ciccio Menzogna), l’amico del super narco messicano Joaquin El Chapo (il Tappo) Guzman e di Daniel El Loco (il Pazzo) Barrera, oggi in carcere e per la cui protezione c’è già un altro militare colombiano estradato in Usa.

È la storia che si ripete, ma con nuovi protagonisti e nuove sfumature: negli anni Novanta, Gabriel Garcia Marquez raccontava in Cronaca di un Sequestro la battaglia tra i narcos di Medellin, tra cui spiccava il nome del famoso Pablo Escobar, e lo Stato di Bogotà. Ora, dopo la fine di quella guerra, i vincitori sono entrati nello Stato e la battaglia che si presume si sia protratta per gli anni Zero, risulta invece essere stata solo una farsa. Allora, i narcos facevano di tutto pur di evitare il carcere duro americano, accettando di costituirsi, a patto che gli fosse evitata l’estradizione. Oggi, i marescialli di Uribe si consegnano di loro spontanea volontà e allo stesso modo se ne vanno in Usa dove, forse, credono sia più difficile che li ammazzino.

E l’impressione è che si tratti timori sensati, visto che secondo calcoli derivanti da recenti rivelazioni di WikiLeaks, i paramilitari delle Auc hanno fatto nientemeno che 250 mila morti in 20 anni d’attività e sembrano lontani dal finire in carcere. In una posizione simile, cioè lontano dal carcere o da una sbarra nella bigotta e conservatorissima Virginia americana, c’è poi anche l’ex presidente Uribe: «Mi ha deluso profondamente», ha detto quando ha saputo della confessione di Santoyo, che molte volte era apparso accanto a lui in televisione: ma per quanto tempo potrà essere ancora credibile la sua innocenza, mentre tutt’attorno emerge la corruzione? E l’attuale presidente Juan Manuel Santos? Riuscirà a restare pulito?

In questo contesto, il frutto più avvelenato lo ha mostrato l’ex comandante dei paramilitari Salvatore Mancuso, il quale ha testimoniato davanti alla Corte Suprema di Bogotà che le Auc finanziarono la campagna elettorale che nel 2002 portò Uribe alla presidenza. Negli stessi termini e separatamente hanno parlato anche i suoi ex colleghi Freddy Rendon Herrera, detto El Aleman (il Tedesco), Francisco Villalba detto Cristian Barreto e Miguel Angel Mejia detto El Mellizo, il gemello, quello accusato dal superteste mandato ad ammazzare dai colonnelli Garcia Pedriza e Meza Carrillo.

Riguardo a Santos, questi poco di buono dissero di averlo conosciuto nel 1997, quando li contattò in qualità di «rappresentante delle elites dominanti» della Colombia, per chiedere il loro appoggio armato in un colpo di Stato contro l’allora presidente Ernesto Samper Pizano, un progetto che poi non andò in porto, ma per il quale Santos avrebbe detto di godere già del sostegno delle forze armate regolari. Qualche tempo dopo questo presunto incontro, divenne Ministro della Difesa ed ora è presidente.

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