Camila Vallejo tutta d’un pezzo: indagate su mio padre

Investita da accuse di nepotismo nei confronti del papà, la giovane deputata cilena ha sporto lei stessa denuncia per chiarire se l’appalto che le contestano i social network sia realmente esistito e, nel caso, se sia stato commesso alcun illecito. Nuovo capitolo di un Cile battuto dagli scandali

Deputata di ferro: Camila Vallejo difende coi fatti la propria onestà. (foto: Pangea News)

Deputata di ferro: Camila Vallejo difende coi fatti la propria onestà. (foto: Pangea News)

«Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere». Con questa frase Camilla Vallejo, la deputata cilena divenuta celebre per aver guidato il movimento studentesco nelle proteste del 2011, ha pubblicato su Twitter la denuncia che lei stessa ha presentato alla corte dei Conti per chiedere di indagare su Reinaldo Vallejo, suo padre. Negli ultimi giorni infatti, la Vallejo è stata accusata sulle reti sociali di avere favorito l’impresa del padre in un appalto da 300 milioni di pesos (450mila euro circa) per installare l’impianto di riscaldamento ne La Moneda, il palazzo di governo. La giovane parlamentare non ha esitato a presentare una denuncia agli organi competenti chiedendo di «procedere con le indagini necessarie» per chiarire la posizione della ditta del padre.

L’atto di Camilla arriva in un momento difficile per la politica cilena, nel pieno di un’ondata di scandali di corruzione che sta travolgendo la destra e la sinistra in ugual misura. E che sta portando la presidente Michelle Bachelet ai minimi storici nel consenso popolare, con appena il 31% di approvazione.

La perdita di sostenitori per ora si limita al mese di marzo, anche perché l’economia e l’inflazione sono relativamente stabili e il tasso di disoccupazione si mantiene basso, segnato dai disastri naturali e dai recenti scandali. Primo fra tutti il “Nuora gate”, che ha come protagonista la ditta di Natalia Compagnon, moglie del figlio della Bachelet, Sebastián Dávalos. Gli investigatori stanno cercando di far luce sul presunto uso di informazioni privilegiate e di traffico di influenze a seguito della compravendita di un terreno di 44 ettari con possibili fini di speculazione immobiliare. Dávalos, che nel frattempo ha rinunciato al suo incarico di direttore socio-culturale del Governo, avrebbe partecipato personalmente alla riunione per accedere al credito bancario necessario per l’operazione.

Uscendo poi dalla sfera familiare, un altro grosso scandalo è quello che ha investito le imprese Penta e Soquimich, entrambe sotto indagine per finanziamenti illegali a diverse campagne politiche. La Penta avrebbe aiutato figure dell’Udi, Unione democratica indipendente, un partito di destra fondato da Jaime Guzmán, personaggio chiave del regime militare del generale Pinochet mentre la Soquimich avrebbe foraggiato l’intero arco politico cileno. Entrambe le imprese sono controllate da un ex-genero di Pinochet e, sebbene quindi non siano imputabili all’ambiente della presidente Bachelet, il caso ha colpito il popolo cileno aumentando la sfiducia verso il sistema politico.

In questo panorama piuttosto complesso, si inseriscono poi le riforme che il governo di Michelle Bachelet sta cercando di portare avanti, minando in parte il sistema neo liberale su cui è basato il Cile. Una serie di proposte legislative che, in alcuni casi, cercano di cambiare le fondamenta del sistema d’istruzione, economico e politico cercando di lasciarsi alle spalle il vecchio sistema di Pinochet, ancora in vigore. Nel primo anno del suo nuovo governo, la Bachelet ha portato avanti la riforma dell’istruzione, cercando di garantire l’istruzione gratuita: da quando Pinochet ha eliminato l’università pubblica, nel 1981, trasformando l’istruzione in un giro d’affari milionario, non solo le università sono a pagamento ma anche molti licei. Questo ha portato il Cile, secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), ad avere uno dei sistemi d’istruzione più cari del mondo. Poi c’è la riforma tributaria, promulgata a settembre scorso, che ha come obbiettivo principale di finanziare l’istruzione e prevede un aumento di imposte per le imprese (dal 20% al 27%) e la riduzione delle stesse per le persone fisiche. Oltre all’eliminazione del Fut, Fondo de Utilidades Tributables, un sistema nato con la dittatura militare che permetteva agli imprenditori di pagare le tasse solo sugli utili e non sugli ingressi totali. A questi due importanti cambi si aggiungono quello elettorale, sempre nel tentativo di eliminare la pesante eredità lasciata dal regime, e due riforme sociali: l’unione civile per le coppie omosessuali e la depenalizzazione dell’aborto nel caso di violenza sessuale, pericolo per la vita della madre o malformazioni del feto. Temi mondialmente delicati e ancora di più in un paese conservatore come il Cile, dove il dibattito sull’interruzione di gravidanza ha già avuto la sua prima vittima politica. A dicembre scorso, infatti, l’allora ministro della Salute Helia Molina ha dovuto rinunciare al mandato dopo avere denunciato pubblicamente come «molte famiglie conservatrici abbiano fatto abortire le loro figlie» in costose cliniche private.

Le variabili sullo scenario politico, quindi, sono molte, e secondo Miguel Angel Lopez, dell’Istituto di Studi Internazionali dell’Università del Cile, il cambio di popolarità si spiega anche con il cambio di percezione e partecipazione politica dei suoi cittadini. «Durante i primi anni della democrazia (ritornata nel 1990), i presidenti potevano gestire le aspettative e affermare che si stava facendo tutto il possibile però – continua Lopez – con il primo mandato di Michelle Bachelet (2006-2010) si è installata la epoca del cambio, il sorgere dei movimenti sociali, la richiesta di cambiamenti. Questi cambiamenti implicano una maggiore partecipazione però anche una maggiore instabilità».

La luna di miele tra il Cile e la Bachelet sembra quindi essere in difficoltà. La presidente soffre poi l’inevitabile delusione seguita alle enormi aspettative che erano state deposiatate in lei e le conseguenze di una crisi di fiducia che investe tutto il sistema politico. Però persino dal punto più basso della sua popolarità la Bachelet rimane al comando di una delle presidenze più forti del continente e continua a essere nella posizione migliore per rispondere alle inedite, finora, richieste di trasparenza politica che il suo popolo reclama.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata su Repubblica Sera

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