Brasile: la polizia ha ancora licenza d’uccidere

La società brasiliana vive una quotidiana tensione a causa dello scontro tra forze dell’ordine e criminalità organizzata. Poco fa, la Commissione per la Verità ha rivelato che la situazione era simile anche durante la dittatura e la presidente è scoppiata a piangere, tuttavia, ora la violenza non è più volta a reprime il dissenso

Presente e passato: i vecchi vizi della polizia brasiliana (foto: la rete)

Presente e passato: i vecchi vizi della polizia brasiliana (foto: la rete)

Agli inizi la mafia brasiliana si occupava più che altro di gestire il jogo do bicho, un gioco d’azzardo simile alla tombola e molto diffuso in Brasile, nonostante sia illegale. Ora, ha aggiunto a questo suo ramo d’affari originale, anche quello del traffico di droga, il contrabbando d’armi e il business dei rapimenti. Poi, si è organizzata in vere e proprie milizie armate per proteggere i propri interessi. Con la capacità di controllare intere favelas, questi criminali hanno dichiarato da tempo guerra a tutti coloro che osino frapporsi tra loro e gli esorbitanti profitti derivanti dalle loro attività. Una guerra di sfinimento, sulla cui strada finiscono sia i diretti concorrenti, che il principale tra questi: lo Stato, che in strada viene rappresentato dalle forze di polizia e dal loro smisurato uso della forza nel reprimere i delitti.

In proposito, un report pubblicato dal Brazilian Forum on Public Security dichiara per esempio che nel quinquennio 2009-2013 in Brasile sono stati uccisi più di 11,000 civili dalle azioni condotte dalle forze dell’ordine, con un rapporto di un poliziotto morto ogni 4 cittadini. Si tratta di dati che sanciscono il fallimento delle misure governative dirette a contenere la brutalità delle azioni di polizia: con una media di 2,239 morti l’anno e, più che di vittime degli episodi criminali, sembra di parlare di caduti in battaglia.

In questo clima che ha messo in allerta le associazioni per la difesa dei diritti umani, sta seminando il risentimento nella malavita e tiene sotto pressione la polizia, la recente uscita del dossier finale della Comissão Nacional de Verdade (CNV) ha portato alcuni osservatori a voler fare un parallelo tra il presente brasiliano e il passato più oscuro della sua storia contemporanea, quello della dittatura militare. Se da un lato il memorandum ha idealmente chiuso il capitolo dei crimini del governo golpista, dall’altro ha rinvigorito le argomentazioni di chi denuncia gli abusi di polizia, assimilando il governo di Dilma Rousseff al potere golpista di cui sulla carta è il più acerrimo nemico.

La presidentessa, infatti, fu incarcerata e torturata negli anni Settanta a causa della sua militanza in un gruppo politico della sinistra radicale. Con il ricordo della repressione ancora vivo, il capo dello Stato è apparso per questo visibilmente commosso, durante la cerimonia di presentazione del report, che per la prima volta nella storia ha riconosciuto i soprusi subiti dalla generazione di contestatori di cui fece parte. Per ventuno anni, la democrazia brasiliana cadde tra le grinfie dei militari reazionari che si macchiarono di numerosi e odiosi crimini contro la propria cittadinanza.

Tornando al presente, è stato dimostrato che alcune tra le lezioni nelle tecniche di para-polizia, importate in Brasile ai tempi della Aliança Renovadora Nacional (ARENA), è stata ripresa e in alcune frange delle forze di sicurezza tra cui vige ancora il culto della violenza. Insight Crime, infatti, riporta come esistano riti di passaggio per i novelli agenti come quello di ricorrere alla giustizia sommaria per le strade e all’abuso della forza in ogni occasione, anche solo per essere accettati dal gruppo.

Human Rights Watch, d’altra parte, evidenzia la prassi della polizia di alterare le scene del crimine e i cadaveri prima dell’arrivo del Pm e del medico legale a proprio vantaggio, evitando noiose conseguenze e come molti rapporti degli agenti che hanno implicato l’uccisione di un civile (e archiviati come “resistenza all’arresto” o “vittima di sparatoria”) fossero in realtà vere e proprie esecuzioni extragiudiziali.

Le cause di questa violenza estrema sono certamente dovute all’ambiente sociale brasiliano, caratterizzato da un’alta disparità economica, ma anche socio-culturale, che creano un habitat perfetto per il proliferare del crimine. La sfacciata corruzione, che si inerpica fino ai più alti livelli governativi, non permette che la società sia effettivamente egualitaria per tutti i cittadini, i quali, presi nella morsa della fame e della povertà, sono molte volte costretti a fare affidamento sui potentati locali e i capi delle favelas per poter sopravvivere.

Il narcotraffico, il gioco d’azzardo, lo sfruttamento della prostituzione, i rapimenti sono settori molto redditizi su cui la criminalità prospera e per difendere i propri interessi milionari non esita a usare le armi. La polizia dal canto suo non può combatterli con strumenti obsoleti e si equipaggia con armi sempre più letali, anche se in tal modo i danni collaterali aumentano. Molti agenti sono persone oneste e rispettose della legge, ma proprio la dilagante corruzione permette ai criminali che vengono arrestati di uscire di cella dietro bustarelle; ecco perché c’è chi tra i poliziotti decide di farsi giustizia da sé.

In merito, alcune ONG sottolineano che gli agenti sfruttano a loro volta le falle giudiziarie del sistema usufruendo di impunità o ampia discrezionalità nel compiere azioni contro i criminali. In tal modo gli abusi di potere si sono moltiplicati, aprendo un serio dibattito nazionale sul comportamento illegale degli agenti, spesso visti giustiziare civili, ma non perseguiti grazie all’uso della sempre contestata legittima difesa, per scansare ogni responsabilità. Alcuni reparti messi a punto per sgominare le bande di spacciatori si sono a loro volta lasciati sedurre dagli alti introiti del crimine, trasformandosi in milizie capaci di gestire propri racket sottratti alle bande di narcos, avvicinando il Brasile a uno scenario colombiano.

Collegare in modo lineare i crimini commessi dalla polizia sotto la dittatura a quelli compiuti oggi in democrazia è una scelta poco accorta. Ai tempi dell’ARENA l’obiettivo era reprimere il dissenso, uniformando il pensiero e riducendo al minimo le capacità critiche dei cittadini. Col ritorno della democrazia l’obiettivo si è trasformato in proteggere questi ultimi per garantirne le libertà. Purtroppo le società possono subire deformazioni che scatenano tensioni non previste, con picchi di criminalità sempre più elevati che necessitano maggior impegno da parte dello Stato nel reprimerli, rimanendo nel solco della legalità.

Combattere il fuoco con il fuoco non porta a nessun risultato, ecco perché il Brasile, ma il discorso è estendibile a ogni altro stato, deve innanzitutto ripulire il sistema dalla corruzione per farlo funzionare in modo imparziale. I dati citati sono sintomo di gravi disfunzioni della democrazia e se non si corre ai ripari al più presto non si saprà più distinguere la guardia dal ladro.  

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