mercoledì 15 ago 2018

Bolivia:gli ambientalisti indigeni si arrendono a La Paz ma promettono guerra nel Tipnis FOTO

62 giorni di marcia e due settimane di veglia, accampati nelle strade della capitale, non sono bastati ad avere udienza da un governo che, per tenere fede ad un grande disegno di riscatto sociale di tutto il paese, sembra aver dimenticato che questo è fatta delle persone che attacca

Marcia: Gli indios del Tipnis a La Paz (foto: Maria Silvia Trigo/PangeaNews)

Marcia: Gli indios del Tipnis a La Paz (foto: Maria Silvia Trigo/PangeaNews)

E’ finita con una resa la protesta degli indigeni che abitano l’immenso parco naturale boliviano conosciuto con l’acronimo di Tipnis (Territorio Indigena y Parque Nacional Isiboro Securè), i quali vogliono impedire la costruzione della strada che dovrebbe attraversarlo. Dopo una lunghissima marcia, la nona nella storia di questa ribellione, partita dalla loro riserva ed arrivata fino alla capitale, La Paz, i capi popolo si sono trovati davanti a quello che hanno definito ieri nell’annucio di ritirata, «un assedio della polizia», che gli ha «impedito di raggiungere la plaza Murillo», sede del palazzo di governo e luogo storico delle contestazioni boliviane. Per questo, hanno deciso di smontare le tende in cui vivevano da circa due settimane e di ritornare a casa, dove giurano impediranno la costruzione della strada con la forza, perché «piuttosto che fare entrare qualcuno nel parco», si faranno «uccidere».

Gli indios del Tipnis sono convinti che il passaggio della statale Beni-Cochabamba finirebbe col distruggere la maggior riserva naturale del paese. Dal governo di Evo Morales, però, rispondono con una visione universalista della Bolivia, della sua povertà storica e delle dinamiche che hanno caratterizzato i rapporti di forza al suo interno: la strada non deve essere vista come l’avvento di un progresso predatore, ma come un elemento di rilancio della regione detta del Tropico Cochabambino, dove si coltivano soprattutto piante di coca, e in generale di quella parte dell’oriente nazionale che non è la Mezzaluna Fertile, una regione ricca, destrorsa ed abitata soprattutto dai discendenti degli europei. Per farlo, però, Evo e i suoi ministri hanno sfoderato una campagna di diffamazione poco degna degli alti ideali che professano.

Infatti, il caso della protesta degli abitanti del parco Tipnis sembra arrivare oggi a fare da esempio sullo stato delle cose nella Bolivia che tenta il passo della modernità: dopo secoli di sfruttamento, segregazione degli indios e furto delle risorse naturali a mano di governi corrotti e multinazionali occidentali, va al governo un presidente fortemente voluto dal popolo, quello vero, maggioritario ed indigeno: Evo Morales, uno che prova a fare il socialismo, rispettando le volontà di quelli che in un altro luogo e in un’altra epoca hanno chiamato i soviet. Poi però le cose cambiano: le associazioni indigene non sono più d’accordo. Le loro richieste non vengono ascoltate. Sotto un certo punto di vista, sembra che le volontà di alcuni manchi di una visione nazionale: la Bolivia è tutta povera e la strada che distruggerebbe l’equilibrio pachamamista del Tipnis, forse, migliorerebbe la vita ai braccianti della coca. Ma c’era bisogno di lasciare gli indios in strada affamati ed al freddo dei 4 mila metri di La Paz per tanti giorni, senza aprir loro le porte dei palazzi di governo? Mentre i bambini venivano effettivamente assistiti e riscaldati dai medici dello Stato, però una delle leaders del movimento del Tipnis veniva presentata come una narcotrafficante: Bertha Bejerano ha passato i mesi compresi tra l’aprile 2007 ed il settembre dello stesso anno in carcere, dopo che è stata scoperta con lo stomaco pieno di ovuli di cocaina alla frontiera col Brasile. Davanti alla divulgazione della notizia, la donna riconosce il fatto, scoppia in lacrime e chiede scusa al suo popolo in diretta televisiva.

Il fatto viene usato dal MAS (Movimiento Al Socialismo), il partito di Morales, come parte del disegno di demonizzazione degli avversari politici, per cui, al di là dell’episodio personale della Bejerano, dietro a molte proteste, dietro alle iniziative ambientaliste di diverse Ong indigene, e dietro a quella che sembrerebbe essere una sinistra movimentista, ci sarebbe invece la mano e i soldi dell’agenzia per l’aiuto allo sviluppo degli Stati Uniti, Usaid, un organo che, nella maggior parte dei casi, non ha funzionato secondo le ragioni per cui era stato concepito sulla carta, ma ha sconfinato nell’ingerenza negli affari interni dei paesi che pretendeva di aiutare.

Nel caso specifico di Tipnis, il ministro della Presidenza, Juan Ramon Quintana, ha imposto che nei negoziati con i capi indigeni, al secolo Adolfo Chavez, Fernando Vargas e la già nota Bertha Bejerano, che in un primo momento aveva categoricamente ripudiato, fossero presenti anche le principali associazioni di nativi del paese, come la Cidob e la Conisur, tutti organismi con cui ha uno stretto legame e su cui sa di poter contare per avere il loro sì al progetto di costruzione della statale Cochabamba-Beni. Questa sarebbe stata la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso dei marciatori del Tipnis. Adolfo Chavez è addirittura un ex-fedelissimo di Morales, uno dei cacicchi indigeni sempre in prima linea, ora caduto in disgrazia ed attaccato pubblicamente dalle autorità sul piano personale. Bertha Bejerano, indignata e di nuovo in lacrime, mentre per gran goduria della stampa caricava il suo decimo figlio sulle spalle, ha detto che il governo ha «tradito la causa indigena» ed ha dato appuntamento alle forze dell’ordine nel Tipnis.

Come dimostra la richiesta di avere la Cidob e la Conisur nei negoziati, però, non tutte le sigle indigene sono contro il governo, che a sua volta è indubbiamente indigeno. Nello specifico, i minatori dell’argento di Malku Khota, la Laguna del Condor in lingua quechua, hanno tenuto sotto sequestro per 11 giorni 2 ingegneri della multinazionale proprietaria del giacimento, la canadese South American Silver, ed un poliziotto, poi, dopo la liberazione di questi tre boliviani, il ministro del Lavoro, Diego Santalla, ha espresso tutto l’appoggio del governo alla loro iniziativa: «il presidente Morales è a favore del recupero delle risorse naturali come lo sono i minatori della Laguna del Condor – ha detto – i quali non hanno commesso nessun reato, né ferito gli ingegneri».

Durante la prigionia, i 3 sequestrati sono stati sottoposti a quello che i minatori hanno chiamato «un processo popolare», con l’accusa di essersi travestiti da indigeni ed aver scattato delle foto e spiato una loro assemblea sindacale. La condanna è stata quella di costruire mille mattoni di fango in 30 giorni. Per premio del patriottismo dimostrato, Morales riceverà i minatori dell’argento, mentre gli indios del Tipnis daranno battaglia anche per far tornare la Cidob in mano a quelle che loro ritengono essere le vere comunità indigene del paese. L’appuntamento è per il congresso generale dell’associazione, che si svolgerà tra 20 giorni circa. Intanto, il settimanale brasiliano Velha ha reso pan per focaccia al governo Morales, pubblicando un’inchiesta secondo cui lo stesso ministro Quintana che negoziava con gli insorti del Tipnis è in affari con il narcotrafficante brasiliano Maximiliano Dorado.

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