Bolivia: Evo usa le corti per far fuori la destra

Mandato di cattura per il governatore di Santa Cruz, accusato di diffamazione. Era l’ultimo dei tre politici anti-Morales ad aver conquistato una carica di governo. Si attende un intervento internazionale o una più efficace fuga di Natale

Il governatore della provincia di Santa Cruz, Ruben Costas, ultimo esponente della destra al potere, sarà passibile di arresto a partire dal prossimo 2 gennaio. L’accusa è quella di essersi sottratto al processo per diffamazione che lo vede come imputato, non essendosi presentato a deporre oggi a La Paz come da convocazione. Se la giustizia farà il suo corso secondo queste prospettive, e Costas l’asseconderà senza fuggire, diventerà la terza testa dell’opposizione a cadere sotto i colpi di una magistratura che sembra agire per ordine di Evo Morales e questi avrà campo libero nelle istituzioni.

Venerdì scorso era toccato ad Ernesto Suarez, governatore del Beni, ed oggi i suoi sostenitori rivoltavano le strade del capoluogo omonimo sotto i gas della polizia, nel tentativo di bloccare l’assunzione dei poteri da parte del suo sostituto ad interim, sponsorizzato dal Mas. Un anno fa, invece, veniva il turno di Mario Cossio, capo di Tarija, una provincia che, se unita a Santa Cruz ed al Beni, completa la cosiddetta Mezzaluna Fertile: una regione principalmente bianca, anti-indigenista e relativamente ricca. Cossio è al momento in esilio in Paraguay.

Tutti e tre i politici sono stati vittima di procedimenti giudiziari e, a poco più di un anno dal loro insediamento al potere, stanno per arrendersi a un governo che detiene già poteri straordinari grazie all’ampia maggioranza che gli ha riconosciuto il cittadino nelle ultime politiche. Nel caso del santacruceño Costas, la vicenda è nata nel luglio del 2010, quando disse che il vicepresidente, Alvaro Garcia Linera, era «al soldo del narcotraffico», un’accusa a cui difficilmente potrebbero sfuggire diversi ed importanti politici boliviani del passato, sopratt

utto presidenti, ma che altrettanto difficilmente, almeno per ora, si potrebbe far ricadere su Garcia Linera, corroborandola con qualche prova.

Il vicepresidente è infatti il Goebbels del Movimento al Socialismo (Mas), senza con questo voler dire che il Mas è nazista e che lui è zoppo: intellettuale, di modi raffinati fino all’effeminatezza e amante del ben vestire, è il curatore della teoria politica del socialismo indigenista, nonchè colui che affronta dialetticamente chi cerca di criticare Morales sul piano del rispetto dell’istuzionalità democratica, che proprio qui stiamo mettendo in discussione.

Il presidente della Bolivia, Evo Morales (FFiorini/Pangeanews)

Il presidente della Bolivia, Evo Morales (FFiorini/Pangeanews)

L’anno scorso, la sua reazione davanti alle accuse di Costas fu quella di denunciarlo per diffamazione, un reato che in Bolivia rientra nel codice penale e che probabilmente costerà la libertà ed il posto al governatore di Santa Cruz. In base alla Costituzione recentemente riformata dal Mas, si stabilisce infatti che un funzionario pubblico messo processo possa essere sospeso dall’incarico, per evitare che usi il suo potere per inquinare le prove.

Finora Costas si è mantenuto in sella grazie allo stesso presunto principio secondo cui in Bolivia ciascuno comanda in casa sua: ad agire contro i governatori oppositori è la magistratura di La Paz, che si ritiene asservita al Mas di Morales, ma entro i confini di Santa Cruz il potere del candidato eletto è forte: i sostenitori, le polizie locali e la stessa giustizia difficilmente asseconderebbero un ordine proveniente dalla più nota delle due capitali boliviane (La Paz e Sucre).

L’imprevisto però arriva dal fatto che la florida economia della Mezzaluna si regge sulla forza lavoro della manodopera immigrata dal cosiddetto Altopiano, le zone indigene fedeli al presidente. La prova è il fatto che nelle elezioni dell’anno scorso Morales abbia ottenuto percentuali triple rispetto al passato. Questa minoranza importante è la testa di ponte del Mas in territori considerati nemici.

Nell’ottobre dell’anno scorso, il caso simile dell’ex presidente Horacio “Tuto” Quiroga, condannato ad 2 anni e 8 mesi di carcere per lo stesso crimine di diffamazione portò all’intervento in sua difesa dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA). Due settimane fa, però, i paesi di lingua latina dell’America si sono riuniti nella Celac, dando vita in un organismo internazionale alternativo all’Oea, che da questo si distingue per l’assenza degli Stati Uniti e del Canada. Certo, sebbene la Celac sottragga autorità all’Oea, non riesce a superarla in questo campo; un campo in cui probabilmente l’unica possibilità di svolta la rappresenta l’intervento di un istituzione sovranazionale riconosciuta da La Paz, oppure, ovvio, una fuga di Natale per Costas. Ha tempo fino al 2 gennaio.

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