Bolivia, Evo Morales candidato per la terza volta: proteste

La Camera di La Paz ha approvato la legge che consentirà al presidente ed al suo secondo di candidarsi alle elezioni del 2014. Se vincessero, sarebbe il loro terzo mandato consecutivo e diventerebbero i governanti che sono stati in carica per più tempo nella storia del paese

Vittoria polemica: Morales si candiderà a un terzo mandato (foto: Pangea News)

Vittoria polemica: Morales si candiderà a un terzo mandato (foto: Pangea News)

11 ore di sessione ininterrotte e la Camera dei Deputati boliviani ha confermato ieri quanto già approvato dal Senato: il presidente Evo Morales ed il vice Alvaro Garcia Linera potranno presentarsi alle elezioni del 2014. Sebbene la nuova Costituzione, voluta da questo stesso governo ed accettata dal Parlamento nel 2009, preveda la possibilità di realizzare solo due mandati consecutivi, il presidente della commissione Costituzionale, Hector Arce, ha deciso che il primo mandato di Evo non deve essere conteggiato, visto che l’avvento della nuova carta fondamentale lo ha diviso in due parti, annullandolo in termini tecnici.

Con una grande maggioranza al Congresso del partido indigenista Mas (Movimiento al Socialismo), è evidente che la decisione di Arce non è altro che una trovata per permettere a Morales di accedere legalmente a quello che per molti altri suoi colleghi sudamericani resta ancora un problema. Un problema, che per alcuni osservatori critici è di ordine democratico. La rivista colombiana Semana, citata in italiano anche dall’ultimo numero di Internazionale, si fa portavoce di quella che in generale è una preoccupazione della stampa liberale della zona: «A vent’anni dalla scomparsa delle dittature militari sudamericane, i despoti non sono tornati ma l’orrizzonte è pieno di nuvole nere».

Così è quando si manifesta l’incapacità di trovare un successore all’altezza del primo grande leader, oppure, dove le politiche proposte nell’interesse della collettività, vanno a colpire l’interesse del singolo. Nel caso boliviano, la grande trasversalità che ha sempre contraddistinto il governo di Evo Morales, a vantaggio di masse enormi storicamente emarginate e a scapito delle minoranze che per decenni hanno governato il paese, sta ora iniziando a scricchiolare. Mentre il parlamneto votava la possibilità di una nuova candidatura, il principale sindacato operaio del paese, la Cob (Central Obrera), arrivava al suo decimo giorno di sciopero per reclamare maggiori pensioni e salari. Oltre a questo settore, sono in piazza dal 6 maggio anche i minatori, che in Bolivia sono soliti marciare armati di dinamite, i maestri e gli studenti superiori.

In alcuni casi, specialmente fuori dai centri abitati, dove si mantengono blocchi stradali sulle principali statali del paese, le proteste hanno assunto un taglio molto aggressivo ed anche l’operato delle forze dell’ordine non è stato da meno. L’ufficio boliviano dell’alto commissariato per le Nazioni Unite è addirittura intervenuto per invitare alla calma, emettendo un comunicato dove riconosce «il diritto a manifestare il dissenso», ma chiede di farlo «nel rispetto del prossimo». Un invito che però non sembra avere avuto un grande impatto sui diretti interessati, visto che a distanzi di poche ore il ministro dell’Interno, Carlos Romero, accusava la Cob di aver dato alla protesta «una connotazione politica confrontazionista e destabilizzante» e il leader sindacale Juan Carlos Trujillo, che la dirige, gli rispondeva ricordando che chiedere migliori pensioni «non significa tentare un colpo di Stato».

Nonostante questo scenario di dissenso, un recente sondaggio realizzato dall’agenzia Ipsos, attribuiva in aprile un consenso del 60% per Evo Morales. Un tasso che, se perdurasse fino al voto del prossimo anno, lo convertirebbe nell’uomo che ha governato il paese per più tempo, inoltre attraverso la risorsa praticamente esclusiva rispetto agli altri concorrenti al titolo di averlo fatto attraverso le elezioni.

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