Bolivia allo specchio: Morales affronta i sindacati

Settimane di lotte, una grande manifestazione a La Paz e i candelotti di dinamite non hanno ancora portato la Centrale Operaia ad ottenere gli aumenti che chiede: il presidente sindacalista e indigeno, Evo Morales, non trova una via d’uscita.

Signore boliviane manifestano e ballano (foto: FFiorini/PangeaNews)

Signore boliviane manifestano e ballano (foto: FFiorini/PangeaNews)

È ancora alta la tensione tra il governo di Evo Morales e le forze sociali. Quella passata è stata un’altra settimana difficile per l’esecutivo boliviano alle prese con una nuova ondata di proteste che non lo lasciano respirare tranquillo. Un blocco di 72 ore è stata la nuova misura per convincere un governo visto ancora troppo pigro nei confronti dei lavoratori: la COB (Central Obrera Boliviana), movimento operaio nazionale schierato con decisione a sinistra, ha preso nuovamente l’iniziativa decidendo di fare sentire con forza la propria voce. Il risultato è una trattativa tra le parti avviata proprio nelle ultime ore, in cui si parla già di “accordi preliminari”.

La settimana scorsa un’ondata di manifestanti ha interrotto le strade centrali di la Paz, mentre si faceva lo stesso anche in altre città del paese andino: operai, minatori, studenti e medici hanno alzato la voce per mostrare il loro disappunto verso il governo, riuniti con storie e aspirazioni differenti verso il conseguimento di un unico scopo: l’innalzamento dei salari.

La protesta si è diretta principalmente su due argomenti. Da un lato, il COB è convinto che la manovra con cui il governo lo scorso primo di maggio ha elevato dell’8% i salari sia del tutto inadeguata alle esigenze dei lavoratori boliviani e, tramite il suo portavoce Juan Carlos Trujillo, ha fatto sapere che il salario minimo deve arrivare almeno ai 1150 dollari, dieci volte superiore quella attuale. Tuttavia, Il governo, tramite il ministro dell’economia Luis Arce, ha definito impossibile cifre maggiori a causa del probabile impatto inflazionario che comporterebbero. Dall’altro lato, invece, un fattore che ha richiamato per le strade perfino i medici, ovvero lo scontento con cui è stato accolto il decreto del governo che ha aumentato le ore lavorative del settore della sanità da 6 a 8, a pari salario.

L’iniziativa ha vissuto momenti duri, quando per arrivare ai palazzi del potere protetti dalla polizia, si sono inscenati scontri a suon di pietre, bombe molotov e candelotti di dinamite che i minatori si erano portati dai luoghi di lavoro. Allo scenario facevano da contorno settimane di proteste di altri settori sociali, come maestri e lavoratori dei trasporti, che hanno preparato i tre giorni dell’ultimo conflitto, definito dallo stesso Trujillo come «preparatorio allo sciopero generale a oltranza».

L’insieme di tutti questi elementi, come il fatto che le forze in questo momento avverse a Morales siano state in larga parte sostenitrici della sua ascesa e consolidamento, hanno portato a una trattativa svoltasi durante l’intera domenica, nella quale sembrano già raggiunti degli accordi. Il ministro Quintana, uno degli obiettivi della protesta e colui che ha condotto il successivo dialogo, ha sostenuto che l’incontro è stato proficuo, concetto ribadito da Trujillo annunciando il retromarcia del governo sul decreto concernente il settore della salute, oltre alla destinazione dei 1.200 milioni di valuta di riserva internazionale in favore del settore minerario per riattivare l’economia locale. Di cose certe ce n’è una sola: la trattativa è iniziata solo ora, e non sarà affatto facile per il governo di Morales.

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