<b>BACHELET PRESIDENTE</b>

Il ballottaggio premia il candidato del centrosinistra. Per la seconda volta nella sua storia, il Cile ha una presidente donna ed è sempre la stessa persona. Con un astensionismo ancora alto, Michelle Bachelet torna a La Moneda con un programma di grandi riforme e sorretta da una coalizione in cui convivono rivoluzionari e moderati. La destra, sconfitta annunciata, inizia l’esame di coscienza

Bachelet: un futuro di riforme davanti a sé (foto: Pangea News)

Bachelet: un futuro di riforme davanti a sé (foto: Pangea News)

Una delle economie più floride di questo continente. Uno dei paesi più sviluppati, una democrazia antichissima ed una scelta: il centrosinistra. Moderato, certo. Con presenze antitetiche come quella dei comunisti e dei democristiani, altrettanto certo, ma soprattutto storico, perché a 40 anni esatti da uno dei colpi di stato più brutali della memoria contemporanea, il popolo cileno ha riconfermato il proprio mandato a una parte politica, che aveva sciupato la fiducia della sua gente sulle macerie del terremoto del 2009.

Con il 62,1% dei voti al 99% dei seggi scrutinati, contro ottenuto il modesto 37,8% ottenuto da Evelyn Matthei, Michelle Bachelet diventa il secondo presidente donna della storia del Cile, considerato che lei stessa ha già governato tra il 2005 e il 2009. Nel suo programma elettorale, c’è un vasto piano di riforme, che puntano ad aumentare le imposte alle grandi società, usando il ricavato per risanare soprattutto l’istruzione e la sanità

Tra le colpe che la popolazione attribuisce a un centrodestra relegato al ruolo scomodo di seconda forza nazionale, più vicina alla terza e alla quarta, piuttosto che alla prima, infatti c’è senza dubbio la perdita di qualità di questi servizi. Un bilancio politico che deve far scuola per tutta la classe dirigente nazionale, dato che dimostra come sia in fondo possibile perdere le elezioni di gran misura, anche con un Paese il cui prodotto interno lordo cresce oltre il 4% annuo e che può vantare il reddito pro capite più alto di tutto il Sudamerica.

Il secondo dato rilevante di questa lunga stagione elettorale cilena, partita con le primarie, sgrossata nelle presidenziali e chiusa al ballottaggio, è l’astensionismo. L’esperimento del voto volontario, dopo decenni di voto obbligatorio ha abbattuto l’affluenza in modo sensibile. Dopo il deludente 56% della prima tornata, al secondo giro è andato ai seggi solo il 42,07% degli iscritti, il che ha addirittura portato alcuni esponenti dei partiti minori a mettere in discussione la legittimità del voto.

Ora che è tornata alla Casa de La Moneda, la prima grande sfida che dovrà affrontare Michelle Bachelet sarà quella di tenere unita la coalizione variopinta che l’ha sostenuta, nel terreno irto di opinioni delle riforme che ha promesso.

 

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