#Ayotzinapa: identificato il secondo studente, ancora senza tracce degli altri 41

A dieci giorni dal 26 settembre, data in cui si ricorderà l’anniversario della scomparsa di 43 allievi della Scuola normale di Ayotzinapa, la Procura generale della Repubblica (PGR) comunica di aver identificato un altro membro del gruppo, tra i resti bruciati in una discarica nei dintorni della città di Cocula, Guerrero. Il nome del ragazzo è Jhosivani Guerrero de la Cruz, venti anni. Nello stesso luogo, il 6 dicembre, i tecnici della PGR rinvennero i resti di un altro studente, Alexander Mora Venancio.

Ne mancano 41: il ritrovamento del secondo cadavere, non placa le pretese di verità avanzate da parenti e attivisti (foto: Ruben Espinosa / Cuartoscuro.com)

Ne mancano 41: il ritrovamento del secondo cadavere, non placa le pretese di verità avanzate da parenti e attivisti (foto: Ruben Espinosa / Cuartoscuro.com)

L’annuncio della PGR cade esattamente dieci giorni dopo la relazione presentata dal Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (GIEI), nominato dalla Commissione interamericana dei diritti umani a svolgere indagini autonome sul caso, che aveva smentito la versione data dal governo sulla sorte dei 43 di Ayotzinapa. Secondo la PGR, infatti, i normalistas sarebbero stati uccisi dai sicari del cartello dei Guerreros Unidos e i loro corpi ridotti in cenere nella discarica di Cocula nella stessa notte del loro rapimento dalla città di Iguala. Il fuoco, alimentato con benzina e pneumatici, sarebbe durato quindici ore. Una volta terminato il processo, gli stessi narcos avrebbero provveduto a mettere i resti in alcuni sacchi e infine a gettarli in un fiume nelle vicinanze, il San Juan.

Le prove scientifiche presentate dal GIEI hanno minato alle fondamenta la ricostruzione della Procura, che l’allora procuratore definì «verità storica». Il processo di cremazione avrebbe infatti dovuto protrarsi per sessanta ore, e non quindici. Avrebbe necessitato di trentatré tonnellate di legna, o in alternativa un migliaio di pneumatici, che avrebbero però emanato una quantità di fumo visibile da chilometri di distanza. Infine, un fuoco così imponente avrebbe senz’altro dovuto danneggiare la vegetazione circostante, che invece – basta guardare qualche foto – è miracolosamente rimasta intatta.

Senza contare i dubbi che l’équipe argentina di antropologi forensi (EAAF), nominata perito dai parenti degli studenti scomparsi, sollevò in merito alla modalità con cui la PGR aveva rinvenuto i resti di Alexander Mora (per la precisione, un dito e un molare). Non soltanto i resti di Mora non dimostrano la sua morte – potrebbero avergli soltanto tagliato il dito e strappato il dente – o quella dei suoi compagni, ma non è neanche certo che siano stati realmente trovati a Cocula e non aggiunti in un secondo tempo, dato che il sacco contenente i frammenti ossei del giovane venne consegnato dalla PGR alla EAAF già aperto.

E senza contare le bugie della Procura (nascose l’esistenza di un quinto autobus sul quale gli studenti viaggiavano, dopo averlo dirottato, la notte dell’aggressione; il GIEI ipotizza che quel mezzo trasportasse un carico di eroina), senza contare le accuse di violazione dei diritti umani (molte confessioni dei presunti sospettati della strage pare siano state estorte con la tortura) e senza contare le omissioni (sul luogo del massacro era presente anche l’Esercito, ma il governo continua ad impedire che i soldati vengano interrogati come testimoni). Insomma, il “caso Iguala” è tutto tranne che risolto, ma – e questo è certo – ingloba lo stato messicano in tutte le sue articolazioni.

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