mercoledì 24 mag 2017

Autoritarismo e benessere: il presidente del Nicaragua ama vincere facile

Col bastone e la carota, Daniel Ortega ha fatto piazza pulita dell’opposizione e correrà senza rivali alle presidenziali di novembre. Per l’ex sandinista, sarà il terzo mandato consecutivo. Dalla sua, c’è un enorme e riconoscente apparato statale, nonché un Paese che, nonostante le critiche dell’Occidente, è cresciuto

Verso il terzo mandato: Daniel Ortega in campagna elettorale. (foto: AP)

Verso il terzo mandato: Daniel Ortega in campagna elettorale. (foto: AP)

Ortega e solo Ortega. Le elezioni presidenziali del prossimo 6 novembre in Nicaragua hanno un solo protagonista. Il leader del Frente Sandinista si prepara infatti alla sua terza presidenza consecutiva, dopo aver spazzato via qualsiasi opposizione ancora prima di arrivare alle urne. La sentenza dell’8 giugno della Corte Suprema ha infatti tagliato la testa del principale oppositore del Frente Sandinista, il conservatore Partido Liberal Independiente. In un sol colpo, la Corte ha deciso che il presidente del PLI, Eduardo Montealegre, non aveva i requisiti nè per poter guidare il partito, nè di sedere nel Congresso: per lui e altri quindici deputati liberali è quindi scattata la rimozione d’ufficio. Al suo posto, è stato installato Pedro Reyes. Quasi sconosciuto, per le malelingue, non sarebbe niente altro che un candidato di comodo che faciliterebbe la corsa alla presidenza di Ortega.

In questo clima è stata aperta ufficialmente sabato scorso la campagna elettorale. Ortega, 71 anni proprio a novembre, sarà accompagnato in veste di vice-presidente dalla moglie Rosario Murillo, rendendo esplicita una formula famigliare che, nella pratica, ha funzionato anche nelle presidenze anteriori. A contrastare la leadership di Ortega ci saranno cinque partiti di centro-destra che, secondo i sondaggi, non raggiungono insieme il 6% delle preferenze. Maximino Rodríguez, un ex Contra che rappresenta il Partido Liberal Constitucionalista, è l’avversario più accreditato, con un’intenzione di voto del 4,7%. Briciole, di fronte al 62% (sondaggio di fine luglio) che prenderebbe il Frente. Si è quindi alla vigilia di un plebiscito a favore della coppia che dal 2007 regge le sorti del Paese centroamericano.

In mancanza di un’opposizione elettorale, il dissenso si è riunito nella Coalición Nacional por la Democracia (CND) che incita all’astensionismo come mezzo per dimostrare il rifiuto a quella che taccia di ‘dittatura dinastica’. La CND non ha dubbi che Ortega, la sua famiglia e i loro diretti sostenitori non stiano facendo altro che ripercorrere i passi del clan famigliare che il Frente Sandinista aveva abbattuto con la rivoluzione del 1979, i Somoza. Per timore alla repressione della polizia, la CND ha informato che si avvarrà degli stessi metodi con cui i sandinisti della prima ora esprimevano il ripudio al somozismo: picchetti brevi e volantinaggi a sorpresa. La coalizione raggruppa anche il gruppo dei 27, schiera di intellettuali e personalità tra cui spiccano i nomi di Ernesto Cardenal, Gioconda Belli e Vidaluz Meneses.

Triumvirato latinoamericano: Ortega, Chavez e Fidel Castro. (foto: REUTERS/Oswaldo Rivas)

Triumvirato latinoamericano: Ortega, Chavez e Fidel Castro. (foto: REUTERS/Oswaldo Rivas)

Ortega, però, non si lascia intimidire. Ha dalla sua il potere e un sistema di proselitismo che funziona perfettamente. Il Frente Sandinista è pur sempre il partito di maggioranza in Nicaragua, sostenuto soprattutto dalla base popolare e da un’amministrazione pubblica elefantiaca e riconoscente. Il Paese, in barba alle dichiarazioni anti imperialistiche, cresce al ritmo di un 5% all’anno, con politiche economiche elogiate dal Fondo Monetario Internazionale. La corsa alle opportunità ha ridotto la povertà di un 12% negli ultimi cinque anni. Tutti dati che pesano. Di quello che si possa pensare di lui, di come possa essere vista la democrazia nicaraguense all’estero, al navigato leader sandinista non interessa. Tant’è che il 6 novembre, gli osservatori internazionali –‘quei mascalzoni’, come li ha chiamati- non saranno invitati.

1 commento

  1. adalberto scrive:

    Anche durante la dittatura dei Somoza l’economia cresceva. Come sotto Pinochet in Cile. Questo non rende quella degli Ortega meno dittatoriale. Non si facciano illusioni i nostalgici: Tutto ciò non ha nulla a che vedere con il sandinismo., ne è solo un’appropriazione a fini di potere. Il povero, eroico Nicaragua si avvia verso un’altra guerra civile.

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