Argentina, morte di un piccolo indiano: fatalità o crimine?

La comunità degli indigeni Qom vive nel nord argentino e, come molte altre comunità analoghe difendono l’integrità delle loro terre dalle minacce dei governi e delle imprese. Sono queste ragioni sufficienti a nutrire il sospetto che dietro alla morte di un bambino ed al pestaggio di alcuni altri piccoli indiani non ci sia solo il caso?

Bambini: nei conflitti degli adulti, ci vanno sempre di mezzo loro (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Bambini: nei conflitti degli adulti, ci vanno sempre di mezzo loro (foto: Filippo Fiorini / Pangea News)

Partiamo dai fatti: un bambino di 6 anni è morto nella città di Castelli, provincia del Chaco, nel nord ovest argentino. Si chiamava Carlitos Galvan, era un indigeno della comunità Qom, ed è stato investito da un camion che portava spazzatura in una discarica illegale collocata nelle zone abitate da quegli stessi indigeni. Fino a qui potrebbe sembrare un tragico, ma semplice incidente. Proviamo ad aggiungere qualche altra informazione. Gli indigeni di cui faceva parte Carlitos, i Qom, portano avanti da molto tempo diverse richieste verso i governi delle terre in cui abitano, e una di queste era che la discarica illegale in questione venisse chiusa. Secondo gli indigeni, la richiesta di chiusura della discarica non era mai stata presa in considerazione né dal sindaco di Castelli Alberto Nievas, né dal governatore della Provincia del Chaco, Jorge Capitanich.

I gruppi principali degli indigeni Qom, circa 60 mila persone in Argentina, abitano una grande porzione di terra che include il centro e l’est della Provincia del Chacho, di cui abbiamo già parlato, il nord della provincia di Santa Fe e l’ovest della provincia di Formosa. Il gruppo più grande, conosciuto come Comunità “La Primavera” ha come cacique, o capo, Felix Diaz il cui figlio Abelardo è stato massacrato di botte assieme ad un altro giovane indigeno negli stessi giorni in cui il piccolo Carlitos Galvan veniva investito e quattro mesi dopo la morte di un altro indigeno, sempre Qom e sempre giovanissimo; Imer Flores di soli dodici anni, picchiato a morte da un branco e abbandonato sulle rive di un fiume.

A questo punto, forse, c’è abbastanza per cominciare a dubitare dell’accidentalità dell’investimento del piccolo Carlitos. Felix Diaz, ha affidato il suo commento a internet diffondendo un comunicato stampa. Secondo Diaz gli attacchi sono legati ai reclami portati avanti dalla sua comunità per il possesso delle terre in cui vivono e che da sempre considerano proprie. Per il cacique il governo locale, con l’appoggio di quello nazionale, sta portando avanti una strategia che punta, da una parte, a dividere la comunità indigena e, dall’altra, lascia le terre da essa occupate senza protezione, dando di fatto, il via libera alle violenze e alle intimidazioni nei loro confronti viste nelle ultime settimane.

Ma perché il governo nazionale e quello locale farebbero una cosa del genere? La terra. Perché le terre abitate dai Qom sono terre pubbliche e non si possono rivendere alle multinazionali con gli indigeni sopra. Il potere dei grandi interessi economici vincolati ad attività dell’agrobusiness, ha sempre bisogno di ampliarsi, crescere, estendersi. In questo senso la consuetudine di utilizzare impunemente guardie bianche per intimidire, colpire e spesso uccidere chi si oppone all’usurpazione della propria terra non è solo argentina ma delle periferie rurali latinoamericane in genere.

Sposando questa teoria, non si potrebbe non notare che sia il Governatore del Chaco Capitanich, che quello di Formosa, Gildo Insfrán, sono dalla stessa parte del Governo, essendo essi stessi kirchneristi. Insfrán, poi, da 18 anni al potere nella provincia con gli indici di povertà più alti del Paese, viene da più parti accusato di aver creato un vero e proprio “feudo governato autocraticamente, che impone un’apartheid tremendo contro tutti i diversi e pronto a tutto per piegare chi gli si oppone” come scrive il giornalista Diego Rojas sulle pagine del quotidiano on line, InfoBae.

Il tema ovviamente è delicato e l’amministrazione si è affrettata a sottolineare che si sta ingigantendo un evento che, pur essendo tragico, non è legato al razzismo. Diversi organi di stampa, in riferimento al pestaggio del figlio di Felix Diaz, hanno scritto e sostenuto che anche in quel caso non si trattava di una questione politica o di razza, ma di una semplice scazzottata tra ubriachi e drogati. Altri, infine, hanno sostenuto che lo stesso cacique non è più il punto di riferimento per la sua comunità. Nonostante tutto, però, numerose personalità argentine sono intervenute pubblicamente sulla vicenda, esprimendo solidarietà verso Felix Diaz e i Qom. Tra questi il figlio dell’ex presidente Ricardo Alfonsin, le Madri della Plaza de Mayo Linea Fundadora, diversi organismi per la difesa dei diritti umani e, da Roma, Papa Francesco.

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