Argentina: la sinistra violenta marcia contro la condanna ai suoi leader FOTO

Fernando Esteche e Raul Lescano dovranno scontare 3 anni di carcere per aver rotto una vetrina mentre protestavano contro l’omicidio di un maestro da parte della polizia. L’assassino è stato condannato ma ha il sorprendente permesso di girare libero per la città natale, le autorità politiche se ne lavano le mani e nessuno le indaga, mentre chi ha chiesto giustizia va in carcere

No alla condanna dei militanti: la manifestazione marcia verso la Corte Suprema (foto: Filippo Fiorini/PangeaNews)

No alla condanna dei militanti: la manifestazione marcia verso la Corte Suprema (foto: Filippo Fiorini/PangeaNews)

Lontana dalla tortura contro la differenza di pensiero, fatta abitudine dalla dittatura militare degli anni Settanta. Dimentica della repressione di polizia, divenuta protagonista nelle strade di Buenos Aires durante gli anni della crisi economica del 2001/02, l’Argentina ha oggi un grande privilegio: quello di poter contare le vittime della contestazione sulle dita di una mano umana e non su quelle di un millepiedi. Un dirigente contadino in una terra dispersa del profondo nord, uno studente poco più che ventenne in lotta contro la flessibilizzazione del lavoro o un gruppo di anonimi residenti esasperati dall’inquinamento costante delle loro zone sono solo alcuni esempi del basso tasso di repressione che affronta il paese negli ultimi anni. Oggi, per forza o per volontà, tuttavia, siamo obbligati ad aggiungere qualche nome alla lista.

Nell’anno 2007, il maestro elementare Carlos Fuentealba veniva ucciso da un lacrimogeno sparatogli alla nuca (precisamente attraverso il vetro dell’automobile in cui viaggiava, seduto nel sedile posteriore), dalla polizia celere della provincia di Neuquen. Il giorno in cui morì, Fuentealba stava lasciando una barricata, installata assieme a migliaia di colleghi su una strada statale, allo scopo di chiedere migliori condizioni salariali. La sua morte, legata a una questione prettamente locale e ristretta fino ad allora a questa provincia patagonica, accese un focolaio di rivolte esteso a tutto il paese che, com’era da attendersi, si manifestò con notevole intensità anche nella capitale, Buenos Aires.

Qui, diverse sigle della militanza sociale si mobilitarono per chiedere che fosse fatta giustizia riguardo all’accaduto e che si desse inoltre ascolto ai reclami dei maestri della Patagonia. Nelle giornate di protesta, il gruppo patriottico e socialista MPR Quebracho fu protagonista di un atto dimostrativo sopra le righe presso la rappresentanza cittadina della provincia di Neuquen, ovvero l’edificio che a Buenos Aires rappresenta l’amministrazione locale responsabile di aver ordinato alla polizia di sgomberare i picchetti dei maestri. Nell’episodio, furono rotte alcune vetrine e scritti altri slogan rivoluzionari sulle pareti dei dintorni.

A distanza di 5 anni da quel momento caldo, la situazione è questa: Josè Dario Poblete, l’agente di polizia che sparò il lacrimogeno, è stato condannato per omicidio (sui candelotti anti sommossa c’è scritto chiaramente di non puntarli alla testa dei rivoltosi, perchè sarebbero letali), ma è stato recentemente fotografato mentre faceva acquisti liberamente nei negozi della sua città natale. Jorge Sobisch, governatore della provincia di Neuquen e comandante delle forze di polizia durante la protesta dei maestri, riconobbe di aver dato l’ordine di sgombero ma si dissociò da qualsiasi responsabilità in merito. L’unica punzione che quest’uomo della destra peronista ha ricevuto per il suo ruolo nell’accaduto fu elettorale, nel senso che nessuno poi lo votò quando si ricandidò a governatore, ma non giudiziaria (Attualmente Sobisch non può ricoprire cariche politiche a causa di una condanna per corruzione, ma non è stato imputato per essere il mandante di un omicidio).

Al contrario, i due leader di Quebracho, Fernando Esteche e Raul Lescano, detto Boli, sono stati condannati per un fatto a cui dicono di non aver neppure presenziato fisicamente, ma di cui rivendicano il senso politico. Qui si, si parla di responsabilità intellettuale: politica è oggi la loro condanna a tre anni di carcere, in un paese dove pochi affrontano questa strana espressione dello stato di diritto, poichè di fatto, dicono molti dei capipopolo scesi in piazza ieri per chiedere alla Corte Suprema della nazione la concessione di un appello, si condanna un metodo di lotta, quello delle manifestazioni violente, contro un metodo di repressione, quello degli sgomberi di polizia.

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