Argentina: Borda da matti

Il gigantesco ospedale psichiatrico Josè Tiburcio Borda, in cui ogni tanto canta gratis Manu Chao, cade a pezzi: da più di un anno è senza gas, gli infermieri picchiano i pazienti e i ragazzi che fanno volontariato restano senza i loro spazi. Dietro c’è la voglia del Comune di far sembrare inutile la struttura e sostituirla con un moderno centro civico. Eppure, c’è un’ottima legge per porre fine a tutto questo, ispirata alla demanicomializzazione italiana, ma mai entrata in vigore

Il regno del silenzio: l'ospedale Tiburcio Borda di Buenos Aires (foto: Filippo Fiorini/PangeaNews)

Il regno del silenzio: l'ospedale Tiburcio Borda di Buenos Aires (foto: Filippo Fiorini/PangeaNews)

Esistono malattie incurabili che non portano alla morte, ma per cui tuttavia si può essere privati di una vita degna. Il Borda è il più grande ospedale psichiatrico dell’Argentina ed è uno dei posti in cui questo accade. Alcuni dei suoi pazienti stanno vicini come se dialogassero, ma si parlano sopra senza aspettare le risposte. Altri, invece, dimostrano più buonsenso dei loro concittadini sani e non si può che dargli ragione. Il giardino è immenso e i padiglioni sono tetri. Un signore col maglione bucato alimenta i piccioni, con un’aria da professore di fisica caduto in rovina. Finisce il pane e se ne va: il Borda assorbe tutti i rumori, consegnandoli in manette al regno del silenzio farmacologico, che custodisce i peccati dei normali, commessi per soldi e per ambizione.

Quando nel 2007 Mauricio Macri è stato eletto per la prima volta sindaco di Buenos Aires, con un curriculum da imprenditore di destra, arricchitosi sottraendo le aziende del padre a mezzo giudiziario, nel Borda c’erano 1.200 pazienti. Ora, ce ne sono meno di 700, che da un anno e sei mesi sono anche senza gas. La causa di tutto questo è un progetto immobiliare del Municipio, che vuole costruire sul terreno in cui oggi sorge l’ospedale (una zona povera di capannoni vuoti e baracche, che però si stende a pochi passi dal centro), la nuova sede del Comune, spendendo 50 milioni di euro e creando uffici per 4.500 persone. Una giovane psicologa del Borda che vuole restare anonima, spiega che l’ospedale va avanti quasi unicamente grazie all’attività di volontariato dei praticanti dell’università di medicina, nonchè dei giovani artisti e studenti che hanno messo in piedi corsi di teatro, pittura, un panificio e una radio libera: La Colifata (picchiatella), resa celebre da Manu Chao, che ci va a suonare a sorpresa ogni volta che passa per l’Argentina.

Il sindacato del personale dell’ospedale appoggia il progetto di Macri, ma dal suo costato è uscita una frangia ribelle che si è unita ai gruppi di volontari per denunciare la corruzione dei loro ex rappresentanti e accusare il Comune di star volutamente soffocando il Borda, in modo che poi gli sia più facile chiuderlo e sostituirlo con dei grattacieli di vetro. Da ieri queste persone sono in sciopero ad oltranza, per protestare contro un boicottaggio istituzionale, il cui primo passo è stato il taglio del gas. Circa 18 mesi fa è saltata la valvola centrale che alimenta il complesso ospedaliero. La società responsabile ha detto che andavano rifatte tutte le tubature, ma il Comune non ha messo i soldi. Oggi i padiglioni dei pazienti sono riscaldati, ma la torre centrale, le cucine, gli ambulatori e l’amministrazione sono senza metano.

Il consigliere comunale socialista Jorge Selser riconosce che «evidentemente il Comune non vuole spendere niente», e poi precisa che «senza il gas, l’ospedale vede ridotta la sua capacità di ricovero» e addirittura molti pazienti vengono mandati a casa, senza che il loro trattamento sia realmente finito e senza che abbiano alcuna casa in cui andare. Luoghi come il Borda, il Moyano, che sta a lato e ospita solo donne, o il Tobar Garcia, dove sono ricoverati i bambini, fanno tutti parte dell’area in cui dovrebbe sorgere il nuovo centro civico ed hanno una media di soggiorno per i loro pazienti di circa 10 anni, ovvero 3 anni in più di quanto l’Istat calcoli si faccia in media in Italia per un omicidio. Su tutta l’Argentina, poi, si arriva ai 20 anni: 21 mila pazienti in 54 strutture. Dietro a questi numeri, ci sono uomini silenziosi come Luis, che trascinano le pantofole in corridoio, per arrivare a una finestra con le sbarre da cui si vede il giardino. Ma ci sono anche donne chiassose come Carolina Buceta, pisicologa, invalida, con 14 anni di lavoro al Borda, che si chiede come si possa parlare di diritto alla salute mentale, se il paziente non ha diritto a un lavoro o una casa.

I problemi del manicomio, però, non si limitano a questo. Carlos Fernandez è uno che ha deciso di fare un buco sul muro, per farci uscire il tempo immobile che ristagna dentro. Dal padiglione numero 5, in cui è ricoverato da anni, ha iniziato a fare il giornalista. Circa due mesi fa, è andato in tribunale a denunciare le lesioni subite dell’infermiere Walter Segovia. Secondo quanto si legge nel testo della querela che ha firmato, il paramedico «lo ha colpito più volte, ripetendo ciò che aveva già fatto anche con altri ricoverati e in altre occasioni». Il fatto sorprendente è che i pazienti psichiatrici argentini non sono senza alternative alla strada, le botte o il freddo che gli vengono offerti attualmente: il 26 novembre 2010 il Senato ha approvato la legge numero 26.657, una riforma del sistema di salute che importa principi di smantellamento dei manicomi, inventati in Italia attraverso la famosa esperienza triestina del professor Basaglia.

«In realtà, la legge argentina è anche migliore di quella italiana – garantisce Franco Rotelli, luminare della psichiatria nostrana, amico dello stesso Basaglia e di Luigi Pintor, nonchè successore del primo all’ospedale di Trieste – perchè la nostra norma si limitava a imporre la chiusura dei ricoveri, mentre qui si riconoscono anche diritti sociali e civili ai malati mentali». Il problema, però, come precisa lui stesso e come ripetono anche i dissertatori della conferenza sui diritti dei folli, che l’hanno invitato a parlare a Buenos Aires, è che «si tratta solo di una legge», la cui applicazione non è mai partita.

Su questo, il governo di Cristina Kirchner ancora tergiversa, giustificando il ritardo sul varo con i ceppi della burocrazia, ma non facendo poi molto per romperli. A sua discolpa, l’esecutivo sta mandando in questi giorni un gruppo di consiglieri comunali a ispezionare i manicomi di Buenos Aires per rilevare le condizioni reali di degenza: nonostante il comune non abbia reso pubblico il nome dell’impresa vincitrice dell’appalto, al Borda hanno già iniziato a smantellare alcuni edifici, obbligando per esempio quelli del corso di panificazione a mettere in salvo i macchinari a spalla, perchè non c’è stato preavviso. Al Moyano, dalle donne, invece, piove dentro.

Pochi giorni dopo l’apertura della gara per il nuovo Centro Civico di Buenos Aires, una rivista immobiliare ha pubblicato una tabella con i prezzi al metroquadro nei dintorni, allegata a un articolo che proiettava l’aumento degli stessi nei prossimi mesi. Su una delle pareti che verrano abbattute per favorire questo business c’è un graffiti gigante: un uomo ha in mano quattro carte. Gioca l’asso di spade e tiene in mano le altre tre, che a guardare bene, sono blister di sedativi schiacciati. Su un altra parete, invece, c’è scritto: «Pregate, tutto accadrà molto presto».

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