Avellaneda é l’esempio della decadenza industriale argentina post anni 50. Le sue strade larghe e rette s’incrociano tra capannoni abbandonati, vecchie fabbriche ridotte a catapecchie, nella maggior parte dei casi popolate giá da famiglie senza tetto. É uno dei piú grandi comuni che formano il cosiddetto Conurbano Bonaerense, l’immenso e vario cinturone urbano che cinge la capitale, Buenos Aires, e che raccoglie piú di dieci milioni di abitanti. Separata dalla grande cittá dal Riachuelo -fiumiciattolo in spagnolo-, un corso d’acqua che serviva per trasportare la produzione verso il porto del Río de La Plata, e ora solo funziona come immensa discarica, Avellaneda é cosparsa di ponti che un milione di persone al giorno attraversano per andare a lavorare.
Durante una delle crisi politiche ed economiche piú importanti della storia dell’Argentina, a cavallo tra il 2001 e il 2002, la zona era considerata di estrema emergenza. La povertá aveva superato di gran lunga la metá della popolazione, e l’indigenza era altissima. In quegli anni, in tutto il Conurbano sorsero movimenti sociali di disoccupati, abbandonati dallo stato e organizzati nelle occupazioni di terre e le mense popolari. Sono i ‘piqueteros‘, dal volto coperto che protestano dando fiamme a copertoni nel bel mezzo dell’autostrada, bloccando ponti e vie, esigendo soluzioni ai principali problemi sociali del paese. Loro furono protagonisti delle proteste che finirono col far cadere il governo di Fernando de La Rúa, il 20 dicembre del 2001, e ancor oggi sono parte attiva della politica argentina, senza deputati né senatori, ma con una base sociale composta da disoccupati, lavoratori e studenti organizzati.
Avellaneda fu lo scenario di uno de momenti piú algidi della politica argentina. Il 26 di giugno del 2002, dopo aver ricevuto il rifiuto del governo ad interim di Eduardo Duhalde a negoziare una serie di riforme sociali, i disoccupati del conurbano decisero di isolare la capitale, bloccarne tutti gli accessi affinché il potere politico cominciasse a combattere la fame. Ad Avellaneda arrivarono quelli del sud, dalle baraccopoli sgomberate e rioccupate e le cooperative che producono mattoni, pane e riciclano per quattro soldi. Tra loro, Maximiliano Kosteki e Darío Santillán, due giovani di appena 23 e 21 anni che quel giorno persero la vita a causa della repressione.
La polizia sparó. Pallottole di gomma e di piombo, mescolate nell’aria irrespirabile a causa dei lacrimogeni. Kosteki cadde nella stazione di Avellaneda. L’ultima immagine di Santillán vivo, lo ritrae in ginocchio al suo fianco, con la mano distesa supplicando che smettano di sparare, mentre un commissario gli punta il fucile alla schiena.
Sebbene oggi l’emergenza sociale di quegli anni pare essersi contratta, i movimenti di base argentini continuano il loro lavoro creando cooperative e case nelle zone piú povere del paese. Maximiliano Kosteki e Darío Santillán si sono trasformati in un esempio per buona parte della gioventú, che partecipa attivamente della vita politica del paese. Nel decimo anniversario di quello che é passato alla storia come “la strage di Avellaneda”, migliaia di persone si sono strette attorno alla stazione di questo sobborgo, che cambierá il suo nome per legge nei prossimi mesi per passare a chiamarsi “Darío y Maxi”. Famigliari de amici hanno ripercorso quelle strade tra capannoni abbandonati e centri commerciali che portano al ponte dell’autostrada, quello che allora non riuscirono a bloccare a causa degli spari della polizia. E come fanno da dieci anni a questa parte, hanno dato fuoco ai copertoni, si sono coperti il volto e lo hanno mantenuto fermo durante tutta la notte. Con loro, migliaia di persone, la maggior parte giovani, che chiedono giustizia, e che i responsabili politici di quegli omicidi siano portati in tribunale. E vanno oltre. Mettono in discussione il modello economico argentino, la struttura politica del paese, il sistema di giustizia e i colpi di stato in Sudamerica. Insieme ai disoccupati oggi si manifestano importanti intellettuali, sindacati, federazioni studentesche, movimenti contadini e professori. Si mostrano uniti, e i loro discorsi lasciano trapelare la voglia di disputare qualcosa in piú che le strade del paese. Per alcuni, in Argentina sta nascendo una nuova sinistra, che chiamano indipendente, slegata dai partiti tradizionali e sostenuta dai movimenti sociali. Un attore che nel futuro, potrebbe riservare qualche sorpresa.










