mercoledì 15 ago 2018

America Latina: Baraccopoli, minatori e boss dei narcos tra le nuove mete turistiche

Cresce la moda dei “tour de la realidad”, percorsi turistici nelle baraccopoli delle città sudamericane per osservare, appunto, le realtà difficili. Poi c’è la visita alle miniere boliviane, dove si può vedere la miseria in cui vivono e lavorano i minatori. E ancora, in Colombia, il tour dei luoghi storici del boss Pablo Escobar. Miseria e droga sembrano essere alcune delle nuove frontiere del turismo

Buenos Aires. Miseria e droga sembrano essere diventate le nuove mete turistiche preferite in America Latina. Vuoi vedere le favelas pacificate però dove i bambini ancora giocano vicino alla fogna a cielo aperto? Vai a Rio de Jaineiro. La televisione brasiliana poi ha persino lanciato un reality show sulle favelas, che si chiama Operacion Policial, in cui le telecamere seguono la polizia nelle baraccopoli mentre eseguono le operazioni di pacificazione, ovvero la teorica cacciata dei gruppi criminali dalla favela per restituire il luogo alla gente. A Buenos Aires ci sono i “tour de la realidad”: 60 dollari per un giro nella villa – come vengono chiamate le baraccopoli in Argentina – , con un choripan (un panino con la salsiccia) compreso e cucinato su una griglia polverosa in pieno stile “villero”. Poveri e hot dog, meglio che al cinema. In Bolivia, a Potosì precisamente, si può fare un giro nelle miniere che da secoli sfruttano il lavoro di intere famiglia di minatori. Per l’equivalente di circa dieci euro, si va un paio d’ore sottoterra, e, chiedendo il permesso, si può anche scattare qualche foto degli uomini (molti dei quali troppo giovani) al lavoro. La Colombia invece ha deciso di puntare su uno dei grandi nomi che la rappresentano nel mondo: Pablo Ecobar, re indiscusso dei narcos del passato. Il “tour della storia di Pablo Escobar”, nato su idea della famiglia del boss che sembra essere a corto di fondi, è stato accolto con entusiasmo da un’agenzia turistica di Medellin, città “del Pablo”,  che per 100 dollari a testa – 50 se si è in un gruppo di almeno 4 persone – porta gli avventori in giro per quattro ore ricorrendo tutti i luoghi in cui Escobar è vissuto ed è morto. Dopo il passaggio al cimitero è persino prevista la visita con il fratello di Escobar, con la possibilità di farsi una foto con il parente.

Certo, da un lato per esempio le visite nelle villas o favelas apportano qualcosa al luogo che, se fino a pochi anni fa era dimenticato, ora viene finalmente considerato con un minimo di investimenti per migliorare le condizioni di vita e limitare la criminalità che finisce per gestire sempre questi luoghi. Si parla persino di finanziare la costruzione delle fogne. Ma gli investimenti sarebbero arrivati lo stesso senza la promozione a luogo turistico? O i governi hanno deciso di dare un po’ di stereotipi in pasto ai turisti e usare il recupero della baraccopoli per farsi pubblicità? Non tutte le persone, fortunatamente, fanno queste visite per il puro gusto di fotografare i poveri. Le baraccopoli sono posti dove non si entra facilmente e quindi in molti si avvicinano a queste iniziative con discrezione e spesso cercano poi di collaborare con alcuni progetti sociali Molti però no. Che qualcosa nelle favelas, villas, non funzioni è notizia vecchia. Anzi, forse non è mai stata una notizia. Ma che quel qualcosa venga aggiustato solo quando si presenta la possibilità di vendere la miseria come attrazione turistica lascia perplessi. Meglio fare che non fare, questo è vero. E il problema non si può né si deve ignorare.

Il progetto di recupero del governo brasiliano è partito qualche anno fa, però con lo sguardo rivolto ai mondiali del 2014 e alle olimpiadi del 2016, la vetrina mondiale per far vedere globalmente come il Brasile sia ormai fuori dai vecchi stereotipi che (in parte) lo rappresentano nel mondo. Il governo della città di Buenos Aires, dopo avere fatto costruire un muro per coprire le villas (e aver perso la battaglia, visto che gli abitanti hanno smontato il muro mattone a mattone e hanno usato i materiali per costruire altre baracche), adesso si è riscoperto socialmente utile e ha costruito un campetto di calcio nella Villa 31 – vicino a uno dei quartieri più eleganti della città –, ha dipinto le case per ricordare lo stile della Boca fotografato in quasi tutte le cartoline e ha promesso nuovi investimenti. Bene. Anzi, benissimo. Chissà se quel campo, che rende felici molti bambini che possono finalmente giocare in uno spazio libero dagli odori malsani delle strade sterrate della villa, è stato costruito perché loro possano giocare o affinché gli avventori possano portarsi a casa una foto di bambini sudamericani poveri e sporchi che si passano la palla nel campetto di calcio con le case colorate – ma sempre fatte di fango e lamiera – sullo sfondo. E chissà quanto alla fine del totale dei ricavi finisce davvero investito per migliorare la baraccopoli. In fondo, se così vende, perché trasformarla in un quartiere normale?

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