A un anno dalla morte di Chavez, il Venezuela precipita

Inflazione, criminalità, privazioni e proteste segnano la temperatura politica del Paese, a un anno dall’emotiva dipartita del leader che lo fece uscire dal pantano della IV Repubblica. Il governo Maduro si intestardisce, ma attorno tutto crolla, a scapito, naturalmente, dei più deboli

L'eredità del leader: un Paese nel caos (foto: la rete)

L’eredità del leader: un Paese nel caos (foto: la rete)

Dieci giorni di celebrazioni in tutto il Paese, una parata militare davanti al palco della nomenclatura e gli invitati illustri della sinistra latinoamericana, una salva di cannone sparata alle 16:25 esatte e la visita che il presidente Nicolas Maduro realizza immancabilmente il cinque di ogni mese presso il mausoleo ricavato nel Cuartel de la Montaña, questa volta fatta nella più suprema delle solennità possibili, sono solo una parte delle molte attività che a partire da oggi toccheranno nel bene e nel male tutti i venezuelani, per ricordare la scomparsa di colui che guidò la nazione per 14 anni e senza dubbio la cambiò: il comandante Hugo Chavez Frias.

A un anno di distanza dalla congelante e sinceramente commossa frase che pronunciò Maduro quel giorno: «Abbiamo ricevuto l’informazione più dura e tragica che potremmo mai trasmettere al nostro popolo, alle 4:25 di questo pomeriggio si è spento il nostro comandante e presidente Hugo Chavez», però le cose sono cambiate parecchio e probabilmente non in meglio. Chavez in quanto simbolo resta presente in tutte le cose della quotidianità governativa venezuelana, come i graffiti, i manifesti e le frasi. La sua figura è entrata rombando nel panteon del socialismo bolivariano, scalzando tutte le altre e riaccendendo anche i cuori che si erano raffreddati.

Tuttavia, manca il suo genio, la sua affabilità, la sua intelligenza ed anche la sua bontà. Quando nel 1999 Chavez vinse la prima elezione, il Venezuela pagava lo scotto di 40 anni della cosiddetta IV Repubblica, per cui la maggior parte dei cittadini erano poveri ed esclusi dai diritti civili. La democrazia era un concetto di facciata, debole e spesso funzionale alla sua usurpazione. Le risorse naturali venivano svendute e i servizi base, le infrastrutture e l’ozio erano questioni esclusive per un numero minimo di persone.

Quando tre anni dopo, nell’aprile del 2002, alcuni settori delle forze armate, della grande borghesia imprenditoriale, dei network televisivi e del centrodestra politico tentarono un colpo di Stato, in cui persero la vita almeno 20 persone, i quartieri popolari delle città, una su tutte Caracas, uscirono dai barrios per reclamare la restituzione in carica di Chavez e sconfissero la cospirazione contro chi per primo aveva dato loro un po’ di dignità.

Oggi, il socialismo bolivariano sembra impantanato nel meccanismo dell’uomo solo al comando, partito il quale, non può più esistere futuro. Al titolo di Paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo (un tipo di greggio speciale che comprano solo gli Stati Uniti) ora il Venezuela ha aggiunto anche quello della maggior inflazione del pianeta, +56% l’anno. Il delitto è arrivato a livelli insostenibili e si stima che nel 2013 siano morte 25 mila persone in casi di criminalità comune, ovvero quasi 70 al giorno, mentre la crisi d’approvvigionamento è plateale, i supermercati sono vuoti e si devono fare code di ore e zuffe per poter comprare un solo chilo di farina, un paccheto di riso, un pane di burro o un pollo.

In questo anno, Maduro ha continuato la politica di prezzi calmierati iniziata da Chavez, cercando di mantenere riforniti i supermarket per poveri di cui i poveri gli sono tanto grati, ha messo la battaglia contro il crimine in testa all’agenda, ed ha permesso una svalutazione indiretta, lasciando fluttuare un pochino il bolivar fuerte, la moneta nazionale. Al contempo, però, ha aumentato sempre di più le misure liberticide: le televisioni sono tutte controllate dallo Stato e dicono quel che a questo pare. I quotidiani, in gran parte critici, sono strozzati dalla mancanza di carta stampata e, in generale, le voci di dissenso vengono zittite con ogni mezzo, denigrate ed ostracizzate.

Sebbene il partito socialista PSUV abbia vinto la ripetizione delle elezioni presidenziali realizzate in aprile, che come da Costituzione andavano rifatte a causa della morte del presidente eletto nella tornata di ottobre 2012, il margine sulla coalizione neoliberale MUD (Mesa de Unidad Democratica) è stato minimo: 1,5%. Ora il malcontento che quest’area rappresenta, è sceso in strada. Certo, non tutti i venezuelani stanno protestando, forse, quelli che lo fanno non sono neanche la maggioranza. Ma è pur vero che le proteste sorte nello stato occidentale di Tachira, al confine con la Colombia, ora si sono sparse su tutto il territorio. Da un ambiente prettamente studentesco, sono passate a coinvolgere venezuelani in quanto tali e non più caratterizzati per un appartenenza sociale. Il governo ha represso duramente le manifestazioni in cui, dal 12 febbraio ad oggi, sono già morte 18 persone, quasi tutti studenti disarmati scesi in piazza a dimostrare.

Il governatore di Tachira, eletto nelle fila del socialismo chavista, ha mostrato il suo dissenso nei confronti di Caracas. Caracas, ha indetto un ponte di carnevale straordinario di 6 giorni per mandare la gente al mare e spegnere la protesta. Non c’è riuscita. Domani iniziano dieci giorni di grande passione venezuelana, dieci giorni critici in cui il grido «hasta siempre, Comandante», per sempre, Comandante, si scontrerà con il «nunca mas chavismo», mai più socialismo.

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