<b>CUCINA LATINA MUNDIAL:</b>Cachorro Quente Brazuca, l’hot dog dei Mondiali

A meno di una settimana dal fischio d’inizio del mondiale carioca, nella metropoli di San Paolo spopola il fast food da stadio a misura di tifoso: multicolore, inspiegabile, probabilmente malsano eppure irrinunciabile, proprio come la passione per il futebol a cui Pangea non ha alcuna intenzione di resistere

(foto: la rete)

Un panino dai mille nomi che accompagnerà i tifosi di tutto il mondo nell’euforia delle partite (foto: la rete)

Pane multicolore – grazie a coloranti commestibili e innocui, assicurano – wurstel, salsicce e salse più o meno caratteristiche a seconda della bandiera da riprodurre: Brasile, Argentina, Messico, Stati Uniti, Germania, Italia e Giappone sono per ora i paesi omaggiati dall’ultima inconcepibile tendenza gastronomica brasiliana pre-Mondiale, “l’hot dog della torcida”, il fast food che da qualche settimana ha invaso la metropoli di San Paolo.

Di origine tedesche, il wurstel da strada sbarca in America a metà ‘800, sulle spiagge newyorkesi di Coney Island, esportato da alcuni pallidi macellai europei più inclini ai crauti che alla tintarella estiva.

Agli inizi del ‘900 la sua forma stretta e lunga, simile a quella della buffa razza canina dachshund – il bassotto che gli spagnoli chiamano “cane salsiccia” – ne favorirà il battesimo di “Hot Dog” fuori dagli stadi del baseball, tra un fuori campo e l’altro di Joe Di Maggio, fino a che nel secondo dopo guerra i fratelli Dick e Mac McDonald lo inseriranno nel menù del loro modesto ma promettente ristorantino sulla famigerata Route 66, nei pressi di San Bernardino, California.

La scalata globale era ormai avviata: Perrito Caliente in Messico, Cachorro Quente in Brasile, Pancho sul Rio de la Plata, Hot Dog nel resto del mondo: oggi, a meno di una settimana dal match inaugurale dei mondiali di calcio, Brasile-Croazia, nei dintorni dello stadio Pacaembu di San Paolo, casa del Corinthians, gli stand di Cachorros Quentes fremono in attesa degli incoscienti e affamati tifosi, stranieri o carioca che siano, che non sapranno resistere a tale colorata – e immaginiamo temibile – novità.

Il primato di vendite spetta per ora al “Brasiliano”, dove la tradizionale salsiccia di maiale affumicato e aglio detta linguiça affonda in uno scintillante panino bicolore verde-oro, sormontata da platano fritto, pancetta, verza e da un mestolo di feijoada, il piatto nazionale a base di fagioli.

Se questo non basta a spaventarvi, il pane dell’hot dog “Italiano” si presenta addirittura tricolore, bianco rosso e verde, farcito con una sorta di polpettone e cinto da un elmo di Scipio di  mozzarella, pomodoro e basilico. Tricolore sarà anche il pane del “Messicano”, con chorizo, nachos croccanti, guacamole – salsa a base di avocado, cipolla e pomodoro crudo – salsa chili e un peperoncino intero come infuocato tocco finale.

Pane rosso bianco e blu invece per “L’Americano”, con wurstel classico, senape, insalata di cavolo – cole slaw negli States – formaggio cheddar fuso e salsa barbecue, mentre i tedeschi – anche ai tropici in ciabatte e calzini – cominciano ad entrare in temperatura con il loro personalissimo “Über Alles” a base di pane rosso giallo e nero, wurstel affumicato tipo frankfurt, chuckrut – verza bianca fermentata – verdure sott’olio, purè di patate, cipolla caramellata e mostarda scura.

Letteralmente a ruba “l’Argentino” – servito con un ghigno di malaugurio dagli addetti ai lavori carioca, stanchi delle estorsioni alimentari dei barrabravas seguaci di Messi & Co. – confezionato con pane bianco-celeste, chorizo, maionese alioli, vinaigrette, peperone giallo – analogia cromatica con il sole dell’amata bandiera – e l’immancabile salsa chimichurri. Furore tra gli asiatici infine per il “Giapponese”, dove nel pane bianco e rosso potrete trovare un involtino di sushi accompagnato da tofu, manzo in agrodolce, semi di sesamo e salsa di soia.

Che dire, stringiamci a coorte e che lo spettacolo abbia inizio: con un cachorro quente in una mano e una birra nell’altra, ci apprestiamo come voi a soffrire, come ci hanno insegnato a fare una volta ogni quattro anni, da quando abbiamo memoria, un po’ bambini e un po’ esperti di tattica come l’istinto primordiale del Dio Pallone comanda.

Senza dimenticare che, come scriveva Gianni Brera, “il significato emblematico del calcio è quello comune a tutti i giochi di squadra: la porta è il sesso della madre, d’una sorella o d’una sposa: la difendiamo accanitamente se nostra, la insidiamo per profanarla se è degli antagonisti”.

Lascia un tuo commento