Venezuela, economia di nuovo a rischio default: scadono 4 miliardi di debito

20 miliardi in cassa e 4 da pagare: se la matematica non è un’opinione, il Venezuela è in difficoltà. Corruzioni, spese pazze, zero investimenti e un prezzo del petrolio in calo, sono le principali cause di uno dei default più annunciati del secolo. Un default che, per la natura del mercato venezuelano, espone i cittadini a gravi conseguenze, ma che forse può essere ancora rimandato

Addio sogni, benvenuto agli incubi: il Venezuela di Maduro a rischio default (foto: Pangea News)

Addio sogni, benvenuto agli incubi: il Venezuela di Maduro a rischio default (foto: Pangea News)

Il rischio di bancarotta per il Venezuela è concreto, ma ancora forse non imminente. Questa è la diagnosi che gli analisti in grado di unire le qualità della critica a quelle dell’obiettività, fanno dell’economia venezuelana, che pure domani martedì 28 ottobre 2014, affronta un’importante scadenza nei suoi bolero bond: si paga una cedola da 4 miliardi sui cosiddetti Pdvsa 2014, titoli della statale dei petroli, che nel paese occupa un ruolo preponderante e che da qualche tempo si affanna sul crollo nei prezzi degli idrocarburi sui mercati internazionali, facendosi tentare dalla vendita della filiale statunitense Citgo, come fonte di finanziamento.

Avrà il governo socialista bolivariano di Nicolas Maduro i soldi per mantenere gli impegni? Questo lo si scoprirà solo domani. Per il momento, si può dire che l’8 ottobre, poco più di due settimane fa, ha pagato il miliardo e mezzo di dollari che richiedeva un’altra cedola dei bolero bond, i Global 2014. Poi, è noto che la fedina penale venezuelana in fatto di onorabilità creditizia è abbastanza pulita. «Non si deve al fatto che i nostri governi siano stati particolarmente seri – ha spiegato in merito l’economista di Datanalisis, Luis Vicente Leon – ma perché sanno che il costo di un’insolvenza sarebbe drammatico».

Per il momento, nelle casse della Banca Centrale ci sono ancora 20 miliardi di dollari, ma con il prezzo del petrolio in calo e gli altri grandi dell’Opec felici di vederlo scendere, per il Venezuela la questione si fa difficile. Il prezzo del greggio, ha raggiunto in queste settimane il minimo degli ultimi quattro anni. Caracas, che detiene le maggiori riserve di petrolio al mondo e che copre con la vendita di questa materia prima il 95% delle sue esportazioni, ha bisogno di un costo al barile che ruoti attorno ai 120 dollari. Lo spiega Giuseppe Timpone su Investire Oggi e ricorda che attualmente siamo arrivati agli 80 dollari il barile, precisando che il prezzo sta bene all’Arabia Saudita, gli USA, il Kwait e l’Iran, che vorrebbero approfittarne per indebolire i concorrenti minori e che per questo fanno orecchie da mercante alle richieste venezuelane di una riunione d’emergenza per riportare il cartello a livelli di sicurezza.

 In passato, comunque, anche il comandante Hugo Chavez era passato per una situazione critica, anche se in quel 2008 in cui a sua volta cadde il prezzo del greggio, l’autorità monetaria di Caracas aveva riserve per 43 miliardi di dollari. I 20 che ci sono ora, sembrano poter bastare per la deadline di domani, ma bisogna tenere conto che gli anni a venire hanno scadenze analoghe. Sebbene non sia stabilito con precisione i valori in gioco, si parla di scadenze per 12 miliardi nel 2015, 10 nel 2016 e 14 nel 2017. Attualmente, i titoli di Pdvsa pagano un preoccupante interesse del 23,76%, mentre i bolero bond di Stato che scadono tra tre anni, un 17,87% circa.

Per far fronte alla grave mancanza di liquidità in dollari, sembra sia ormai presa la decisione di vendere la filiale americana di Pdvsa, Citgo e le sue tre raffinerie, una in Lousiana, l’altra in Texas e una terza in Illinois. Sebbene il presidente Nicolas Maduro abbia manifestato l’intenzione contraria, affermando che il piano è invece quello di ingrandire le operazioni della compagnia nel golfo del Messico, la grande schiera di interessati e le indiscrezioni pubblicate da Reuters confermano l’offerta. Tuttavia, rinunciare a Citgo, che da sola compra il 22% delle esportazioni venezuelane di petrolio e che viene considerata un’azienda redditizia e sana, sarebbe una grande rinuncia per il paese.

Forse, però, non ci sono alternative. La russa Gazprom, per esempio, prevede un petrolio a un prezzo compreso tra i 70 e i 75 dollari al barile per i prossimi mesi: un orizzonte problematico per il Venezuela, nazione che tra l’altro possiede moltissimi attivi all’estero e che concentra gran parte della sua ricchezza nelle petroliere cariche di greggio. Questo per dire che se ci fosse un default, le possibilità di pignoramento sarebbero molte e le ripercussioni sulla popolazione, una parte della quale si è sollevata contro il governo da alcuni mesi, sarebbero dolorose.

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