Venezuela, bazar finanziario: svendita di bond per calmare popolo, economia e prospettiva default

racimolati 4,2 miliardi di dollari in poche settimane: bancarotta rimandata di almeno un mese, ma il secondo semestre si chiama anche secondo round. Scadranno altri 10 miliardi e ci saranno le legislative. Pericolo crisi politica, timore per una svolta violenta, risparmiatori nervosi

Aria incendiaria nelle strade di Caracas: sarà default, voto o rivoluzione? (foto: Esteban Felix / AP)

Aria incendiaria nelle strade di Caracas: sarà default, voto o rivoluzione? (foto: Esteban Felix / AP)

«Allerta popolo!», ha gridato ieri con voce rauca il presidente Nicolas Maduro, al termine di un discorso in cui, per la prima volta da quando è stato eletto nel 2013, ha abbandonato il suo stile pantofolaio e ha tentato, con risultato disdicevole, un’imitazione del carisma di Hugo Chavez. «Allerta popolo – diceva – il Venezuela deve essere rispettato, yankees del cavolo». Nel suo delirio pubblico, Maduro sosteneva che gli Stati Uniti avessero dato vita a un colpo di Stato per spodestarlo, uccidendolo e bombardando gli edifici istituzionali, in realtà, il pericolo per cui i suoi cittadini e gli investitori esteri devono stare oltremodo «allerta» è quello di una bancarotta nazionale, causata dalla caduta nei prezzi del petrolio.

Le manovre di contenimento disposte dalla squadra economica, però, hanno finora ottenuto migliori risultati finanziari, che economici. Con l’emissione di debito a nome della petrolifera Citgo, che è di proprietà pubblica venezuelana, ma opera in Usa con tre raffinerie e migliaia di stazioni di servizio, Caracas ha ottenuto 2 miliardi 800 milioni di dollari. Durante marzo, dovrà assolvere scadenze per 1 miliardo e 200 milioni, quindi, sembra essersi assicurato almeno altri 50 giorni di sopravvivenza.

Per stare dalla parte dei bottoni, poi, Maduro ha ceduto a prezzo di favore un credito che vantava nei confronti della Repubblica Dominicana, rinegoziando con Santo Domingo un pagamento in contanti per 1 miliardo e due, che inizialmente ammontava a quasi 4 miliardi. Con 4 miliardi e 8 milioni racimolati sui mercati in meno di due mesi, le basi per affrontare il 2015 vengono puntellate, ma è presto per cantare vittoria. Nel corso dell’anno, infatti, il socialismo del XXI° secolo deve affrontare scadenze per 10,3 miliardi di dollari, e con queste operazioni non si arriva neanche a metà del totale.

Questo, il lato positivo sul fronte finanziario. I problemi gravi, infatti, si concentrano nell’economia nazionale: l’aumento del carovita, la carestia selettiva che colpisce i supermercati, dove mancano i beni di prima necessità, stanno esasperando la capacità di sopportazione della gente. La settimana scorsa, i socialisti hanno proceduto a una svalutazione del 75%, che permette al peso venezuelano di rifiatare nell’immediato, ma che promette di mostrare a breve le dure conseguenze tipiche di questi interventi. Con il petrolio sotto i 50 dollari al barile, questa economia che concentra su questo prodotto il 95% delle proprie esportazioni non regge.

Entro fino anno, ci saranno le elezioni legislative, ma il malcontento contro Maduro potrebbe arrivare a quello che i settori più determinati dell’opposizione chiedono da un anno: le sue dimissioni. È difficile che ciò avvenga di sua spontanea volontà ed è purtroppo probabile che la crisi economica diventi sempre più politica e che si aggravi lo scenario di violenza che da un anno tiene in scacco l’intero paese e che, ieri, ha portato alla morte di un ragazzo di 14 in una protesta contro il chavismo.

1 commento

  1. Gino scrive:

    Signori maduro vi ha smerdato, ciao ciao

    Rispondi

Lascia un tuo commento