Scende il petrolio e l’economia del Venezuela affoga nei prestiti cinesi

Caracas è uno dei principali fornitori di greggio della Cina. Con il crollo nei prezzi degli idrocarburi, però, l’accordo di scambio è diventato svantaggioso: il Venezuela perde 22 miliardi di dollari l’anno e la Banca Centrale ne ha solo 20 in stock. Gli sprechi rendono impossibile un aumento della produzione per Pdvsa e la sfiducia generale, rende difficili nuovi finanziamenti

Fluttuazioni pericolose: l'accordo sul petrolio con la Cina, potrebbe far fallire il Venezuela (foto: Pdvsa)

Fluttuazioni pericolose: l’accordo sul petrolio con la Cina, potrebbe far fallire il Venezuela (foto: Pdvsa)

Quando il presidente cinese Li Peng arrivò in Venzuela, nei panni dell’uomo che voleva aprire un canale commerciale di grande portata tra i due paesi, Hugo Chavez non era ancora salito al potere. Era il 1996 e Pechino voleva che i 200 milioni di dollari l’anno, che scambiava allora con Caracas, si moltiplicassero, ingigantissero, crescessero fino a diventare, per esempio, i 15 miliardi che si trattano nell’attualità. L’inizio della sedicente «Rivoluzione Bolivariana», che dal 1999 ad oggi ancora guida il paese ha contribuito non poco, per questioni di affinità ideologica, a stringere il legame con l’estremo oriente cinese che ora vede il Venezuela al posto numero quattro tra i suoi principali fornitori di petrolio.

La galassia maggiore, nell’universo di trattati sino-venezuelani, è infatti quella del settore energetico, all’interno della quale la stella più brillante è un accordo dell’anno 2006, questa volta sì con Hugo Chavez al comando, in cui Pechino si impegna a pagare in crediti il greggio venezuelano. In altri termini, il petrolio venezuelano costava inizialmente qualcosina in più ai cinesi, ma con l’impegno a saldare il debito da parte del Venezuela e il passare degli anni, sarebbe risultato complessivamente un po’ più economico del suo valore di mercato. Questo ingegnoso meccanismo bilaterale, che attraverso un prestito con risarcimento a rate ha, per quasi dieci anni, contribuito allo slancio di un economia totalmente disomogenea, dove il 95% degli introiti arriva dagli idrocarburi, non prevede però un aggiornamento legato alle fluttuazioni nel prezzo del petrolio.

Quando fu rivisto, nel 2008, proprio per colmare questa necessità, un barile di petrolio venezuelano costava 88 dollari, mentre ora che il prezzo è arrivato a 76, ovvero il minimo dal 2010, le condizioni contrattuali tuttora vigenti, cambiano molto i rapporti di forza. Come potrà, infatti, il Venezuela saldare i propri debiti, se i suoi guadagni non soddisfano le aspettative? Per dare un’idea dei volumi in questione, Mario Szichman, l’analista energetico che ha sollevato il problema, ricorda che l’anno scorso l’ormai ex presidente della petrolifera di Stato Pdvsa, Rafael Ramirez, disse che la metà dei 640 mila barili di greggio che quotidianamente si imbarcano verso la Cina, serve a pagare il debito verso questo paese.

«In altre parole – spiega Szichman – Caracas non riceve un centesimo in cambio di una fornitura che varrebbe quasi 9 miliardi di dollari l’anno». Certo, ha ricevuto dal 2006 ad oggi i 50 miliardi di prestito che accredita Pechino e che, in altre parole, equivalgono a 6,2 miliardi l’anno. La soluzione a questo problema da 22 miliardi totali e poi quasi tre miliardi l’anno per il futuro, in una nazione che ne ha meno di 20 nelle casse della Banca Centrale, potrebbe essere quella di aumentare la produzione di greggio e in seguito aumentarne la vendita. Tuttavia, il malgoverno applicato a Pdvsa, amministrata da parenti dei gerarchi chavisti, funzionari corrotti o semplicemente inetti alle responsabilità affidategli, rendono del tutto impossibile un aumento della produzione, dopo che per anni si è rubato o sperperato il denaro destinato ad ammodernare gli impianti.

Nell’anno 2009, quando le ripercussioni sudamericane della crisi finanziaria internazionale hanno colpito il Venezuela, il prezzo del petrolio era arrivato a 56 dollari il barile. Allora, però, la situazione non era così grave e Chavez cercò ed ottenne nuovi prestiti da Wall Street e da Pechino. Ora, il panorama è più complicato. Il Financial Times ha recentemente scritto che «l’economia è in recessione, la produzione di greggio ristagna, le riserve in dollari sono calate in modo preoccupante e il paese attraversa una crisi delle importazioni». Dopo il pagamento della cedola sui bolero bond di Pdvsa della settimana scorsa, Goldman Sachs quantifica nel rango del 45% le possibilità che la nazione cada in default, questo, anche nei confronti degli amici cinesi che, davanti a un’insolvenza potrebbero prendere, come gli altri creditori, provvedimenti di risarcimento forzato che aggraverebbero la carestia nei beni di prima necessità, che già attraversano i cittadini.

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