mercoledì 15 ago 2018

Presto il mondo andrà a carbone: bene per la Colombia, male per Cile e Venezuela

Il bollettino Aie è stato categorico: tra 10 anni il carbone sostituirà il petrolio come principale fonte d’energia. L’America Latina ne consuma poco, ma la Colombia è il sesto fornitore mondiale. Chiave di una svolta che potrebbe cambiare l’economia di un paese e condannare quella di altri due: il Cile e la Colombia

Carbone: anche il prossimo oro sarà nero (foto: la rete)

Carbone: anche il prossimo oro sarà nero (foto: la rete)

Nell’anno 2017 il cosumo mondiale di carbone sarà pari a 4.320 milioni di tonnelate equivalenti di petrolio, un dato che eguaglierà il consumo globale di quest’ultimo combustibile. Nel 2022, il sorpasso sarà avvenuto. Le cause di questa tendenza sono la crescente domanda elettrica da parte di paesi emergenti come la Cina e l’India, che usano il carbone come principale risorsa di produzione. Lo afferma la Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie), che si spinge oltre e dice, per bocca della sua portavoce, Maria van der Hoeven, che «il carbone è la Cina e la Cina è il carbone». Una frase che riassume quel 46,2% del consumo mondiale che occupa il gigante asiatico, il quale promette di oltrepassare la soglia del 50% nel 2014, hanno in cui Pekino brucerà più carbone di quanto non farà tutto il resto del mondo.

In generale, comunque, l’Aie afferma che la domanda di questa risorsa altamente inquinante aumenterà in tutti i paesi del mondo, fatta eccezione per gli Usa, dove lo sviluppo dello shale gas ha provocato una caduta nel prezzo del gas in generale, rendendo poco convenienti mattoni neri. Anche l’America Latina, quindi, non sarà estranea al fenomeno ed il Brasile farà da protagonista con un aumento del 45% delle sue importazioni di qui a 5 anni.

Per il momento, tuttavia, la situazione dell’area è diversa rispetto a quella del resto del pianeta: dati del giugno 2007, rilevati dalla BP Statistical Review of World Energy, indicano per esempio che le regioni dell’Asia e del Pacifico hanno il 32,7% delle riserve mondiali. Le seguono l’Europa e l’Eurasia, con il 31,6%, ed il Nord America con il 28%, ma l’America Latina e i Caraibi sono solo all’ultimo posto con il 2,2%. Il Brasile ne detiene la maggior parte, con un 51% delle riserve totali del suo continente, che lo mettono al decimo posto su scala mondiale.

A seguire, c’è la Colombia, con il 33,2% latinoamericano e, staccatissimo, il Venezuela e gli altri. Anche in quanto a produzione, poi, l’America Latina riesce a superare con le sue 80,7 tonnellate l’anno solo il Medio Oriente, ultimo con 1 milione. Mentre l’Asia-Pacifico fanno addirittura 3511,7. Tuttavia, l’America Latina è stata (assieme all’Asia) l’area che più ha aumentato la propria produzione, superando il 7% in un anno. Il rimorchio, in questo caso, è stata la Colombia, mentre il secondo premio va al Venezuela.

Bogotà è infatti il sesto esportatore mondiale di carbone ed uno dei principali forntori del Brasile, assieme alla Cina. Il suo principale cliente sono gli Stati Uniti, mentre il carbone rappresenta il 50% di tutta la sua attività mineraria ed è il secondo prodotto d’esportazione dopo il petrolio. I principali giacimenti sono Cerrejón Norte (La Guajira) y La Loma (César), ma le prospettive di crescita sono positive su molte altre miniere. Secondo l’Unità di Pianificazione Energetica e Mineraria (Upme), poi, «al tasso di sfruttamento attuale, le riserve colombiane di carbone garantiscono più di 120 anni di produzione, partecipando a grande scala al mercato internazionale ed approvigionando la domanda interna»

Diversa, invece, sarebbe la situazione per paesi come il Cile o il Venezuela: nel primo caso, il Cile è un grandissimo importatore, ma un minuscolo produttore: secondo dati pubblicati negli ultimi anni da Balances CNE, Enap, Sernageomin, dal 1990 ad oggi la produzione di carbone è crollata in modo parabolico, registrando un aumento solo negli ultimi tempi. A frenare lo sviluppo di questa risorsa sono stati problemi sindacali in alcuni dei principali centri estrattivi, anche se ora ci sono in programma diversi investimenti sulle infrastrutture che potrebbero migliorare il bilancio.

Il Venezuela, invece, possiede il 95% del proprio carbone nella regione di Zulia, ma, come spiega l’ultimo rapporto della Cepal in proposito (Comision Economica para America Latina), nella zona è in corso un conflitto tra il governo di Hugo Chavez e le comunità indigene, che rigettano l’estrazione mineraria. Il paese consuma poco, ma vende poco: il suo principale prodotto d’esportazione resta il petrolio, ma il suo principale cliente, gli Stati Uniti, hanno calato gradualmente gli acquisti al suo emporio, raggiungendo nel 2012 il picco negativo degli ultimi 30 anni. Il motivo è in primo luogo che sono scese le importazioni generali di petrolio americano, a causa dello sviluppo del gas. Poi, c’è stata la chiusura di una grande raffineria nelle Isole Vergini statunitensi, di cui era copropietaria la statale degli idrocarburi venezuelana Pdvsa e dove si trasformava il greggio di Caracas appositamente per il mercato americano.

Con questo potenziale vincente, la Colombia, e questi due potenziali perdenti, il Cile e il Venezuela, le prospettive energetiche latinoamericane restano comunque uniformi: in quanto al consumo, l’area continua a preferire il petrolio, che occupa il 45% della sua domanda primaria. Soprendentemente, al secondo posto c’è l’energia idroelettrica, al 28%, mentre il carbone è quarto, al 4%. In totale, l’area compra solo lo 0,7% dell’offerta mondiale: un fatto che marca un grande salto in positivo rispetto al resto del mondo, dove la diffusione dell’uso di carbone ammazzerà le speranze di riduzione di anidride carbonica di cui tanto si è parlato negli ultimi decenni e su cui si è ottenuto così poco.

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