Presidente di Mercedes Argentina: «Non vorrei essere il prossimo ministro dell’Economia»

Maier è convinto che, qualsiasi sia il futuro governo del Paese, sarà obbligatoria una politica d’austerità. La Confindustria locale, UIA, lo appoggia e dice: «O Macri (opposizione), o Scioli (candidato di Cristina), i tagli vanno comunque fatti». Intanto, però, la presidente Kirchner ha ribadito ieri di voler pagare il debito estero, il che significa che in realtà non ha alcuna intenzione di farlo

Fangio e la Mercedes: un amore che vacilla diviso dal portafogli? (foto: la Rete)

Fangio e la Mercedes: un amore che vacilla diviso dal portafogli? (foto: la Rete)

Buenos Aires – «Non vorrei essere il prossimo ministro dell’Economia argentino o quanto meno non vorrei essere il primo dopo le elezioni, almeno il secondo». Il presidente della filiale locale di Mercedes Benz, il tedesco Joachim Maier, scherza, ma su una cosa è molto serio: il 55esimo presidente dell’Argentina, quello che emergerà dalle politiche del 25 ottobre (o forse dal ballottaggio del 22 novembre), e assumerà i poteri il 10 dicembre, dovrà per forza tirare la cinghia dei conti pubblici.

«Per prima cosa, dovrà essere tolto il cosiddetto ceppo al dollaro», ha aggiunto il dirigente della casa di Stoccarda, riferendosi al divieto di comprare valute forti che il governo impone ai propri cittadini, per controllare il valore del peso. Maier ha parlato a una conferenza di presentazione di un nuovo modello con la stella sul cofano e le sue parole sono state riprese dal quotidiano filo-governativo Ambito Financiero. Il manager ha aggiunto che, dal suo punto di vista, lasciare fluttuare la moneta locale e liberare la parità col dollaro è «una condizione indispensabile per tornare a crescere, perché nessuna impresa è disposta ad investire, senza poter girare i dividendi (alla sede estera) o operare secondo regole chiare».

Sebbene Mercedes-Benz ci abbia appena messo 250 milioni di dollari, per sviluppare la produzione nel suo stabilimento fuori Buenos Aires, il tedesco crede che in questo caso la situazione sia diversa: «Sono molti anni che noi siamo nel Paese», spiega, come a dire che la loro permanenza è più stabile e meno legata alla convenienza del momento. Anche se poi ha riconosciuto che, anche per un marchio noto come il suo, «negoziare nuovi investimenti è estremamente difficile».

Sulla sua stessa lunghezza d’onda, si trova anche la Confindustria gaucha, che in recenti dichiarazioni del loro vicepresidente, Juan Carlos Sacco, ha detto «che ci sono dei tagli che vanno fatti per forza. Lo stesso governo ne è cosciente, anche se dopo 12 anni d’amministrazione, non è facile» e poi ha aggiunto di «non trovare» differenze sostanziali nei programmi dei due favoriti per la corsa presidenziale: il sindaco di Buenos Aires e sfidante da destra del partito di governo, Mauricio Macri, e il governatore della provincia della capitale, da anni entrato nella compagine di Cristina Kirchner, Daniel Scioli.

Proprio la presidente, nel discorso con cui ha tenuto banco il 25 maggio scorso alle celebrazioni per l’anniversario dell’indipendenza, ha ribadito la disponibilità argentina a pagare il proprio debito estero, a patto che questo avvenga in termini ragionevoli. La frase, apparentemente conciliante, nasconde in realtà il mantra che, durante gli ultimi mesi, lei e suoi ministri hanno ripetuto ai grandi creditori: non ci muoviamo di un millimetro dal 33% di risarcimento offerto nei concambi di Tango Bond del 2005 e 2010.

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