L’Italia smette di aiutare le grandi opere in Bolivia: e i soldi?

L’enorme diga di Misicuni ha bisogno di 30 milioni di euro per abbeverare una regione arida: sono soldi che aveva promesso l’Italia, ma che non sono mai arrivati a destinazione, così come non è mai arrivata la società appaltatrice, Grandi Lavori Fincosit, che 2 anni fa aveva già abbandonato un altro cantiere boliviano. La nostra cooperazione allo sviluppo nel paese sta misteriosamente svanendo: ma dove vanno i soldi?

Ancora Incompleto: una vista aerea del bacino di Misicuni (foto: Grandi Lavori)

Ancora Incompleto: una vista aerea del bacino di Misicuni (foto: Grandi Lavori)

Il giorno che il governo boliviano firmò un accordo per costruire la strada tra Toledo e Ancaravi, erano presenti il rappresentante legale dell’azienda italiana che si sarebbe fatta carico dell’opera, la Grandi Lavori Fincosit, il nostro ambasciatore a La Paz, Silvio Mignano, e il presidente della Bolivia, Evo Morales. Mignano è un diplomatico che dà l’impressione di svolgere la funzione di ambasciatore suo malgrado, preferendole invece quella di scrittore, che gli ha dato un modesto successo editoriale, nonostante la difficoltà che comporti mostrarsi sensibili al mondo pur vestendo l’uniforme del politico. In quell’opportunità, tenne un discorso pacato in cui volle sottolineare l’importanza del prestito che l’Italia stava concedendo alla Bolivia, strappando gli applausi ad ogni dettaglio notevole del finanziamento che descriveva: «Abbiamo fornito all’amministrazione delle strade boliviane (Abc) un aiuto da 23 milioni di dollari, un credito che è praticamente un dono», e gli applausi interruppero il suo tono umile.

«Il prestito prevede un periodo di grazia di 35 anni, durante i quali la Bolivia non dovrà un centesimo all’Italia, salvo poi dover pagare il tutto a un tasso uguale a zero», e ancora una volta gli applausi scrosciarono tra il pubblico di capi indigeni e signore in abbigliamento etnico che lo ascoltava. Dopo di lui, parlò il presidente Morales, il quale, con il maggior brio che gli permetteva il rango, volle concentrarsi sull’importanza dell’opera in cantiere: una strada che, unendo la città di Toledo a quella di Ancaravi, avrebbe permesso al paese di aumentare le proprie esportazioni attraverso l’Oceano Pacifico, un mare a cui la Bolivia non ha accesso perchè è un paese senza coste: «Finalmente firmiamo questo contratto, affinchè l’impresa possa iniziare rapidamente a costruire la strada», disse Morales dopo i ringraziamenti di rito. «Secondo l’accordo – aggiunse poi – la società di costruzioni dovrà terminare il lavoro in 2 anni e 3 mesi. Io gli ho chiesto di farlo in 2 anni. Perchè ci sono imprese e imprenditori che mantengono i loro impegni e addirittura riducono i tempi, mentre ci sono altre imprese o imprenditori che invece ritardano presentando una scusa qualunque. La responsabilità dello Stato è che non manchi mai il denaro per poter lavorare: oggi possiamo dire che finalmente la Bolivia è un paese su cui avere fiducia».

Mentre queste parole venivano dette, il rappresentante legale di Grandi Lavori, che fino ad allora aveva solo firmato delle carte, annuiva un pò imbarazzato dando l’impressione di non capire tutto quello che gli diceva Morales. L’8 febbraio 2011, l’autorità che amministra la viabilità boliviana Abc rescindeva il contratto di concessione alla società Empresa Consorcio Toledo, un’unione di capitali in cui la maggioranza era in mano alla nostra Grandi Lavori, mentre una quota minoritaria era divisa tra altre due firme locali. Con quella decisione del governo di La Paz, la Grandi Lavori era passata a far parte di quelle aziende che ritardano la consegna, presentando una scusa qualunque. L’Italia non aveva compiuto quel compito di garantire il denaro di cui aveva parlato Morales e di cui aveva cantato l’ambasciatore, mentre la Bolivia tornava ad essere un paese inaffidabile: erano passati 2 anni e i lavori della strada non erano mai incominciati, eppure, Morales e Mignano si erano impegnati ad essere presenti quando sarebbe arrivata la prima macchina di Grandi Lavori dall’Italia.

Al momento di spiegare al paese ciò che stava accadendo, le autorità boliviane sono state vaghe: sebbene si trattasse di un’opera pagata dall’Italia e portata avanti da un’impresa italiana, sul cantiere non c’era neanche un nostro concittadino. Il contratto è stato rescisso per “inadempienza dei doveri”, dopo che i responsabili «si erano più volte impegnati a riprendere le attività», ha detto il governatore della provincia di Oruro, Santos Tito, però, senza mai farlo per davvero: il problema è che in assenza dei fatidici 23 milioni «donati» dai contribuenti italiani, Grandi Lavori non aveva mosso un dito.

Anche se era stata dimenticata da tempo, questa storia è tornata ieri in mente a molte persone, quando si è visto andare in scena uno spettacolo identico, ma di proporzioni molto più grandi, sempre sul teatro della società boliviana: a restare bloccata non era questa volta una strada per scuotere il commercio estero di un paese povero, ma la grande diga di Misicuni: un bacino artificiale che avrebbe il compito di risolvere i problemi di siccità in un luogo arido come la provincia di Cochabamba, un luogo le cui genti combatterono all’inizio del 2000 la famosa Guerra dell’Acqua, ovvero, quella serie di proteste contro la privatizzazione dell’elemento primario alla vita che terminò con la morte di 6 manifestanti, il ferimento e l’arresto di moltissimi altri e l’accettazione delle richieste dei rivoltosi, per cui l’acqua fu dichiarata pubblica.

Ancora una volta, si trattava dell’opera monumentale di un’impresa italiana: Grandi Lavori Fincosit, che agiva con un credito-dono della cooperazione allo sviluppo italiana. In questo caso, si trattava di 33 milioni di dollari, arrivati come secondo scaglione rispetto ad un primo versamento da 60, con cui era stato costruito un tunnel di 400 metri, per muovere l’acqua nel bacino artificiale che si voleva creare sul fiume Misicuni: il piano, ambizioso e felicititato internazionalmente, poichè si tratta di costruire una diga di 120 metri d’altezza ad una delle altitudini maggiori al mondo, prevede una grande riserva per abbeverare gli abitanti e i campi di Cochabamba, la terza città del paese, e una centrale idroelettrica per produrre energia.

Mentre i ghiacciai della Bolivia però si consumano a tempo di record sotto la lima del riscaldamento globale e gli scienziati premono per la costruzione di bacini di riserva artificiali, questo, che sarebbe indispensabile, langue dagli anni Novanta ad oggi: il ministro dell’Ambiente e delle Acque, Josè Antonio Zamora, ha detto ieri che «l’impresa italiana ha abbandonato il cantiere, che ora viene portato avanti solo dalle socie colombiana, venezuelana e boliviana» e poi ha aggiunto che «l’appoggio finanziario italiano è venuto meno».

Stando alle pagine ufficiali di Grandi Lavori e del Ministero degli Esteri, tuttavia, da un lato sono ancora citate come “partecipate” le società appaltatrici di Toledo e di Misicuni, mentre dall’altro sono ancora dati come attivi gli stanziamenti per queste due opere di sviluppo boliviano. Ma in Bolivia i soldi non sono mai arrivati, nè si lavora ai cantieri. Allora che cos’è successo? Dove sono finiti tutti i soldi? Sono stati solo tagliati a causa della crisi, o siamo difronte a un nuovo caso di malacooperazione?

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