L’ex ministro della crisi argentina boccia l’accordo: «Tra due anni la Grecia sarà di nuovo sul lastrico»

Nello studio di Roberto Lavagna in centro a Buenos Aires, c’è un quadro in cui i manifestanti bersagliano di sassi una banca in fiamme. «Mi serve a tenere presente quello per cui siamo passati», dice di quell’aprile 2002 in cui diventò ministro dell’Economia di un paese in bancarotta, riportandolo poi rapidamente alla crescita. All’indomani dell’accordo tra Grecia e Unione Europea, è convinto che si sia «solo posticipato il problema» e che, «senza una rinegoziazione del debito, tra due anni Atene tornerà al punto di partenza».

Parlare per esperienza: Lavagna nel suo studio di Buenos Aires spiega la Grecia in base all'Argentina. (foto: Pangea News)

Parlare per esperienza: Lavagna nel suo studio di Buenos Aires spiega la Grecia in base all’Argentina. (foto: Pangea News)

Buenos Aires – Dottor Lavagna, che cosa hanno in comune la Grecia e l’Argentina del default?

«Un debito impagabile e un tipo di cambio rigido. L’Argentina funzionava con una moneta bloccata in rapporto di “1 a 1” col dollaro e la Grecia è nell’euro. Poi, ci sono differenze enormi. L’Europa è un agglomerato potente e, con la volontà politica, si possono accomodare le cose. Atene ha anche un ruolo strategico nell’ottica del Medio Oriente, che l’Argentina non aveva».

Che ne pensa dell’accordo firmato da Tsipras?

«Credo che senza una ristrutturazione importante del debito e riforme finalmente serie, il problema tornerà a presentarsi nell’arco di due o quattro anni».

Sarebbe stato meglio far uscire la Grecia dall’euro?

«No, ci voleva solo un’uscita temporanea, attraverso una valuta propria, come a suo tempo fece l’Argentina. Poi, una volta migliorata la situazione, tornare all’euro».

È l’idea di una «Europa a due velocità» del ministro delle Finanze tedesco, Schäuble?

«No, Schäuble vuole che la Grecia esca dall’euro e credo che si sbagli. Così facendo, ha danneggiato l’Ue nel suo insieme. Dato che la Grecia non può svalutare, deve introdurre una moneta che valga meno dell’euro e le permetta di tornare a essere competitiva. Quanto fatto finora non è servito a nulla. Nonostante lo sforzo, il Pil è caduto del 25% e il debito è cresciuto».

Con la sua formula la Grecia non si esporrebbe a una caduta del Pil ancor maggiore, come accade all’Argentina, che perse il 30%?

«L’Argentina ha avuto una caduta quando è collassato il regime di parità col dollaro. Poi, per 5 anni, è cresciuta al 9%».

Ma in Grecia non ci sono risorse per aspirare a tanto.

«Con le riforme corrette, potrebbero ambire a una crescita almeno doppia rispetto al resto della zona euro».

Non c’è il rischio che altri paesi dell’Ue pretendano di fare lo stesso, per poter svalutare?

«Questo non va visto come un premio, ma come l’unica soluzione. Un’operazione del genere ha dei costi, anche se minori rispetto a quelli che comporta l’accordo».

Oggi l’Argentina è ancora esclusa dai mercati di capitale. Se i greci ristrutturano il debito, non devono temere lo stesso?

«Dopo il 2006 l’Argentina ha virato verso il populismo: sussidi generalizzati, spesa pubblica, impieghi statali. Lì è finita la crescita. Se la Grecia lo evita, non avrà nulla da temere».

Se Atene non paga parte del proprio debito, i paesi meno ricchi della zona euro non subiranno conseguenze gravi?

«Rispetto al caso argentino, qui il vantaggio è che ormai il debito è tutto in mano alle istituzioni europee. Si potrebbe stabilire che i paesi maggiori condonino una cifra “X”, mentre quelli più poveri accettino un pagamento nell’arco di vent’anni, a un tasso favorevole».

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