L’Argentina paga gli italiani: festeggiano gli irriducibili dei Tango Bond

15 anni di lotte giudiziarie, una decina di ministri senza proposte interessanti, due offerte di scambio rifiutate e una causa presso il tribunale arbitrale della Banca Mondiale: questa è l’incredibile epopea dei 50 mila soci della Task Force Argentina, che hanno appena accordato un rimborso del 150% sui bond argentini

Patti chiari: il capo di Gabinetto, Marcos Peña e il ministro dell'Economia, Alfonso Prat-Gay, annunciano l'accordo coi risparmiatori italiani. (foto: Ministerio de Hacienda y Finanzas)

Patti chiari: il capo di Gabinetto, Marcos Peña e il ministro dell’Economia, Alfonso Prat-Gay, annunciano l’accordo coi risparmiatori italiani. (foto: Ministerio de Hacienda y Finanzas)

BUENOS AIRES – All’inizio erano mezzo milione di italiani, tutti rimasti con un palmo di naso dopo il traccollo argentino. A fine 2001 il Paese era in bancarotta, la moneta era scomparsa e le banche venivano date alle fiamme. Pochi tra i nostri connazionali speravano allora di rivedere qualcosa dei venti miliardi che avevano investito nei Tango Bond, così, quando la Casa Rosada offrì loro un modesto risarcimento del 30%, pagabili in nuovi titoli di Stato, decisero di accettare. Chi se lo immaginava che 15 anni dopo, i 50 mila ostinati che avrebbero rifiutato tutte le successive proposte, sarebbero riusciti ad ottenere cinque volte tanto e addirittura in contanti?

Probabilmente nessuno, meno i diretti interessati. La vittoria dei bondholders rappresentati dalla Task Force Argentina, diretta dall’avvocato Nicola Stock e patrocinata dall’associazione delle banche italiane Abi, ha un sapore storico. È stata annunciata al mezzogiorno di ieri dal nuovo ministro delle Finanze di Buenos Aires, Alfonso Prat-Gay, come un primo passo in quella che ha definito «la linea imposta dal presidente Mauricio Macri, per normalizzare le relazioni internazionali».

Si tratta dei 900 milioni di dollari pagati a suo tempo che, tenendo conto di interessi «molto minori rispetto a quanto richiesto dal gruppo», stando sempre alle parole di Prat-Gay, arrivano a 1 miliardo 350 milioni. È un risarcimento del 150%, contro una richiesta presso il tribunale della Banca Mondiale, che ammontava a due miliardi e mezzo. «Sono soddisfatto – dice Stock a meno di 24 ore dall’incontro con i funzionari argentini a New York – col sottosegretario Luis Caputo ci siamo salutati con un sorriso spento: quando a entrambe le parti resta un po’ d’amaro in bocca, vuol dire che l’accordo è stato buono».

Per alcuni lo è stato anche troppo. l’avvocato Tullio Zembo, per esempio, dice che è stato «offensivo», che è un «accordo kafkiano», oppure, che «è stato come vincere a poker con una coppia di quattro». Ex consulente del ministero dell’Economia italiano per la questione dei Tango Bond, Zembo parla in favore dei 450 mila risparmiatori che hanno aderito ai concambi offerti dall’Argentina.

Dopo lo sgarbo di ricevere appena un terzo di quanto investito inizialmente, nel 2014 queste persone si sono viste bloccare il pagamento delle cedole sui nuovi titoli ottenuti come forma di rimborso. L’antiimperialismo dei governi di Nestor e Cristina Kirchner imponeva di non trattare coi grandi creditori americani. Questo ha esasperato il litigio fino a riportare l’Argentina allo stato di «selective default», per cui ora pesa sul Paese un embargo che comprende le sue proprietà estere, inclusi i conti correnti in cui versa gli interessi delle obbligazioni.

In questo imbroglio, i soci della Task Force Argentina si trovano a un passo dal risarcimento. «Spero che i miei rappresentati facciano le ferie con i soldi in tasca», dice Stock. L’ultima parola ora tocca al parlamento argentino, dove il governo però è in minoranza. A partire dal primo marzo, l’organo deve ratificare l’accordo di liquidazione. Interpellata in proposito, l’opposizione al Congresso non ha voluto rivelare la propria strategia, ma col kirchnerismo probabilmente contro, l’ago della bilancia sarà il peronismo di destra di Sergio Massa.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata sul quotidiano La Stampa.

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