La Bolivia investe per fare le batterie al litio ad Uyuni

Padrona del 95% del litio presente sulla terra, la Bolivia ora spende per creare l’industria che produrrà le batterie sul proprio territorio. Industrializzazione di una nazione indigena abituata ad essere sfruttata, che ora riceve in regalo la promessa di un futuro milionario da un governo socialista, grazie alla prospettiva delle auto elettriche ed all’attualità dei prodotti hi-tech

Evo Morales: scommette sull'industria del litio (foto: Maria Silvia Trigo/PangeaNews)

Evo Morales: scommette sull'industria del litio (foto: Maria Silvia Trigo/PangeaNews)

Nel diciassettesimo secolo la città di Potosì fu la più ricca al mondo. Lo scrive Eduardo Galeano ne Le Vene Aperte dell’America Latina, e precisa che superava Parigi e Londra, che le sue strade assomigliavano a quelle di una Las Vegas andina e che, grazie alla morte nelle miniere d’oro di migliaia di indios boliviani schiavi dei coloni spagnoli, lo sfarzo era faraonico e il gusto dell’oggi in sprezzo al domani, superiore a quello di una Sodoma in fiamme. Tanto, che di lì a pochi decenni Potosì passò ad essere quello che è stata finora: una città mineraria di minerali minori, sede di cooperative di scavatori ammalati di mali sotteranei e meta di turisti backbaggers finiti sui circuiti sinistrorsi del Sudamerica per spendere i soldi della famiglia. Il progesso tecnologico, però, ha sfilato dal mazzo una carta inattesa: niente più batterie al nichel cadmio nell’agenda dell’hi-tech, ma energia di litio per cellulari, computer, tablet e tutto ciò che vive privo di filo: una manna che piove su Potosì, dove balugina l’alba di una nuova auge.

Dire che il Salar de Uyuni, un grande lago salato in secca, è il più grande bacino di litio al mondo sarebbe riduttivo. Se si parla in termini economici, infatti, per descriverlo correttamente bisogna per forza dire che contiene il 95% del litio presente sul pianeta e che questo fa di lui il maggior giacimento mondiale di una risorsa non rinnovabile, scelta come trampolino di lancio per un paese poverissimo dal governo indigenista e socialista di Evo Morales. Proprio per questo, il capo dello Stato ha scelto Potosì, dove, nella località di Palca, sarà installata la fabbrica per produrre le nuove pile al litio ‘Made in Pacha Mama’: uno stabilimento comprato in blocco dalla Cina per 40 milioni di dollari, imbarcato per il Sudamerica e probabilmente attivo sulle rovine di una vecchia centrale di elaborazione mineraria costruita dall’Urss negli anni Settanta e fallita nell’86, entro fine gennaio.

«In questa centrale, i nostri tecnici e i nostri ricercatori potranno incominciare a sperimentarsi con la complessa tecnologia del litio», ha detto al quotidiano locale Jornada il ministro delle Miniere, Luis Albero Echazù, centrando nel segno quello che lui stesso ha definito «l’aspetto più importante di questo progetto e di questa strategia nazionale»: data la proprietà della risorsa, è necessario ora creare l’abilità per lavorarla o, altrimenti, l’acquisizione del know how, solitamente assente in un paese in via di sviluppo come questo.

A tale scopo, Morales ha già speso precendenti 50 milioni di dollari, seperatamente dagli attuali 40, e tutti parte del piano generale di Industrializzazione del Litio, votato come legge nel 2008 e baciato da un bilancio da 480 milioni totali ancora tutti da mettere. Ma neanche tanto, infondo, se si pensa che la smisurata industria delle nuove tecnologie che si prospetta dell’attualità, potrebbe diventare solo metà della mela proibita con cui la Bolivia ha deciso di entrare nell’avidità esterna al paradiso, perchè presto le automobili potrebbero essere tutte elettriche (o almeno ibride) e, allo stato attuale della tecnica, monterebbero accumulatori al carbonato di litio come quelli degli iPhones, ma un pò più grandi.

Lo sbarco nel settore, poi, è per il momento tutto boliviano, visto che l’offerta di partecipazione messa sul tavolo da La Paz è stata considerata insufficiente dalle multinazionali francesi, russe, coreane e giapponesi che dominano il mercato e che si erano fatte avanti, salvo poi rifiutare l’accordo con lo Stato ed accontendandosi di operare in Cile ed Argentina, rispettivamente il secondo e il terzo produttore di quel 5% di litio mondiale che esiste fuori dai confini boliviani, ma anche per il momento l’unico a stare a monte di un industria capace di lavorarlo e poi distribuirlo.

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