Il Venezuela risparmia in oro per tentare il salvataggio dell’economia

5 dollari per una Coca-cola, 132 per un asciugamano e solo 60 per un barile di petrolio sono i costi di un declino difficile da rallentare per la terra del socialismo bolivariano. Le agenzie di rating prospettano un’alta probabilità di default e mentre gli economisti suonano le campane a morto per il sistema post-Chavez, in piazza aleggia lo spettro della protesta

Oro e diamanti alla banca centrale, ma la questione resta il petrolio (foto: Pdvsa)

Oro e diamanti alla banca centrale, ma la questione resta il petrolio (foto: Pdvsa)

Brutte notizie per il Venezuela. Rimasto orfano di un leader populista, istrionico e pittoresco come il defunto Hugo Chavez, il Paese si trova oggi ad affrontare le conseguenze del crollo del prezzo del petrolio, sua unica vera fonte di ricchezza. Il brusco calo, arrivato attorno ai 60$ al barile, sta spingendo l’economia sull’orlo del baratro e il dubbio già serpeggia nella società: sarà la fine del sogno bolivariano? Il finanziamento dei programmi assistenziali avviati dal leader della Revolucion Bolivariana era possibile proprio grazie alla bonanza della vendita del petrolio (nazionalizzato attraverso l’azienda pubblica PdVSA), il quale deve però attestarsi sui 120$ al barile per sostenere l’intero budget statale. Il presidente Nicolas Maduro, meno abile e meno amato del suo predecessore, sta tentando di tranquillizzare i mercati promettendo che manterrà gli impegni di servire il debito contratto con l’estero e che le “spese improduttive” saranno tagliate del 20% per evitare il default, ma già la parola stessa evoca, in America Latina, ricordi pessimi.

Per evitare contraccolpi immediati, Maduro si è affrettato ad assicurare che gli investimenti in opere e programmi a carattere sociale non saranno toccati, ma gli economisti sono meno ottimisti, prevedendo una forte svalutazione della moneta nazionale per arginare la possibile contrazione del 5-6% del PIL e il parallelo aumento dei prezzi previsto per il 2015. L’inflazione è già una realtà nota ai cittadini venezuelani che ogni giorno vedono il loro potere d’acquisto sgretolarsi. Il mercato nero prospera e lo stipendio medio mensile si traduce in poco più di 40$, mentre il costo della vita si è surriscaldato e così, se ci si vuole rinfrescare con una Coca Cola, servono 5$ e per detergersi dal brivido freddo di aver pagato una simile cifra i più fortunati possono accaparrarsi un asciugamano per “soli” 136$.

Al momento, il governo sta cercando di prendere boccate d’ossigeno per scongiurare almeno gli scenari più apocalittici, e così per far fronte alle esigue riserve in dollari ha adottato una riforma che rende possibile alla banca centrale (Banco Central de Venezuela) accumulare, oltre che valute straniere, anche diamanti e metalli preziosi come l’oro. Per ottenere maggior liquidità il ministro delle finanze Marco si è affrettato a preparare un itinerario di viaggio che lo porterà a trovare i vecchi amici di Pechino, Mosca e Teheran, ma questi non sembrano intenzionati a metter mano al libretto degli assegni per Maduro.

Le ragioni di questo calo dei prezzi originano dal generale rallentamento delle attività economiche globali che necessitano di energia e dalla maggior efficienza tecnologica dei macchinari; a questo si aggiunga il fatto che gli USA stiano diventando sempre più indipendenti sotto il profilo energetico (grazie allo shale gas ottenuto dal discusso metodo di fracking) e così quella quantità che di solito Washington importava da Caracas rimane (in gran parte) invenduta. Il Venezuela paga la “maledizione delle risorse”, con il petrolio che si è rapidamente trasformato in giudice del destino del paese. Nonostante ne possegga le riserve maggiori a livello globale e le usi per realizzare il 96% circa delle sue esportazioni, il problema è che Caracas non ha le tecnologie per estrarlo e oggi più che mai paga la scelta, economicamente scellerata, di cederne una quota importante a prezzi modici a paesi amici.

Se da un lato il governo è stato puntuale nel pagamento delle cedole di ottobre dei bolero bonds, le principali agenzie di rating hanno declassato il giudizio sul paese a tripla C. Il futuro non è roseo, il PIL è in contrazione e continuerà questo trend anche nel 2015, con l’inflazione che non cesserà di tormentare i venezuelani. Pare assurdo che il Venezuela non abbia i capitali per estrarre in quantità maggiore e in maniera più efficiente il petrolio, ma la verità è che nessun capitale straniero ha il coraggio di entrare adesso nel Paese, sia per i giudizi negativi di S&P, ma anche per la forte instabilità politica.

Il presidente Maduro è colato a picco negli indici di gradimento e non è mai riuscito a far breccia nei cuori dei cittadini; a ciò si aggiunga che il governo, dichiaratamente socialista, ha preferito le vie delle nazionalizzazioni, cacciando i proprietari stranieri. Il Venezuela è diventato un rentier state legandosi mortalmente all’andamento dei prezzi della risorsa chiave nazionale e trascurando gli investimenti in R&D e altri settori produttivi. Certi economisti hanno già fatto suonare le campane a morto sottolineando come la scelta sia tra sfamare la popolazione o pagare i debiti con l’estero.

Dopo 12 anni, sembra che la resa dei conti sia imminente. Raccogliere l’eredità chavista era un’impresa difficile per chiunque, ma oggi appare evidente che le spalle di Maduro non fossero abbastanza larghe per sostenerne il peso. Il successo del Caudillo Rojo era in gran parte dovuto al suo forte carisma e a prezzi petroliferi alti, capaci di sostenere programmi assistenziali tali da mantenersi saldamente al governo. Non appena questi sono crollati, sono emersi anche tutti i difetti del socialismo chavista, una ideologia legata al proprio fondatore, nata per aiutare i più deboli, ma che proprio i più deboli ha reso esposti ai rischi dell’altalena tra domanda e offerta globale.

Come nel 1989 e come già successo nei primi mesi del 2014, ora c’è la possibilità di assistere a manifestazioni anti-governative, ma stavolta, il rischio è che a scendere in piazza siano le masse, affamate e stremate dai vacui slogan e promesse di ciò che era il sogno bolivariano.

3 Commenti

  1. Claudio Mangione scrive:

    Tu andresti a investire li anche solo 1 Euro?.
    Qualsiasi cosa fai, con i prezzi imposti ti fanno chiudere! , e poi riaprono loro mettendo gli iscritti all’partito , che non sanno fare un cazzo.

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  2. paolo scrive:

    Meglio investire in grecia

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  3. claudio scrive:

    La Guardia Nacional tendria que ir a disparar contra los politicos corruptos del Socialismo del XXI Siglo y no contra los estudiantes y el pueblo que protestan.
    Yo estuve varias veces en los ultimos tiempos y es siempre peor.
    La idea Socialista es todos tienen que comer,
    Petro si todo es un fracaso total ?.
    Falta agua y luz.
    El bolivar no sirve, nadie lo quiere.
    La inflacion te come todos tus ahorros.
    Turismo NADA con delinquencia siempre a MAS.
    Para que trabajar si ya no hay propriedad privada.
    Si produces te obligan a cerrar porque tienes que vender a precios impuestos.
    Pero si aqui en Italia la leche de calidad es tan barata que es REGALADA.
    Pobre Chavez, sus ideales fracasaron en el papel igienico, que no se encuentra.
    El creia que el petroleo iba siempre a subir y todos vivian sin trabajar, no es asi.
    En el mundo se gasta siempre menos petroleo por la tecnologia y no es culpa de los FANTASMAS que va buscando Maduro, la culpa es de Maduro, sus colegas Chavistas y todos los ignorantes que lo votaron, que son tantos.

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