I Brasiliani smettono di investire in Argentina: meglio Colombia o Perù

In un anno i soldi spesi dai brasiliani nelle società che controllano nel mercato argentino sono scesi del 60%: è il risultato di molti ostacoli al commercio e delle prospettive migliori che danno paesi come Colombia e Perù

Meno tango reais, il Brasile non crede più nell'Argentina (foto: la rete)

Meno tango reais, il Brasile non crede più nell’Argentina (foto: la rete)

Non c’è peggior parola per il Mercosur dei dati macro appena diffusi dalla Banca Centrale brasiliana: nei primi 9 mesi del 2012 gli investimenti diretti al mercato argentino sono calati del 60%, equivalendo al 3,75% del totale speso all’estero da parte del gigante sudamericano. Le ragioni di questa perdita di fiducia nell’immediato futuro commerciale dell’Argentina sono in primo luogo gli ostacoli burocratici che il governo di Cristina Kirchner ha posto all’economia, con l’intenzione di governarne le sbandate e tenere gli indicatori macro (come per esempio l’inflazione) entro limiti apparenti e tollerabili, oppure per proteggere la produzione nazionale dalla concorrenza estera, resa agguerrita dalla crisi.

Di fatto, per produrre, vendere e operare in Argentina bisogna rassegnarsi a due dogmi fondamentali della visione delle cose kirchnerista che vengono digeriti di malavoglia dal capitale brasiliano e da chiunque abbia convinzioni neoliberali: il divieto di importare prodotti dall’estero, se ne esistono di altri analoghi made in Argentina, nonchè il divieto di girare alla casa madre nel paese di origine, gli utili ricavati attraverso le proprie controllate: ciò che si guadagna qui, deve essere speso qui. Negli ultimi anni, prima che questi provvedimenti entrassero in vigore, la presenza commerciale brasiliana aveva raggiunto tassi importanti.

Oggi, grandi gruppi finanziari di questo paese possiedono marchi storicamente argentini come le scarpe Alpargatas, la birra Quilmes, i materiali edili Loma Negra, le acciaierie Acindar, i surgelati Quickfood,  e la petrolifera Petrobras Argentina, ma non ci spendono più quanto ci spendevano. Complice è anche la diminuzione nella crescita economica dello stesso Brasile, che, sempre secondo la Banca Centrale, ha toccato in ottobre il Pil minimo degli ultimi 11 mesi.

Gran parte dei capitali che fino a qualche hanno fa andavano direttamente alle pampas (ancora oggi il Brasile è il quarto investitore in Argentina, dopo gli Stati Uniti, la Spagna e la Francia), adesso puntano su altri lidi, come per esempio quello della Colombia e del Perù, da dove arrivano migliori prospettive di sviluppo a corto e medio termine e quindi anche ricavi più rotondi.

I membri della conferenza sul commercio bilaterale tra Argentina e Brasile a cui la Banca Centrale ha presentato i propri dati hanno risolto che, per migliorare le cose, sarebbe necessaria una maggiore integrazione produttiva tra i due paesi. Lo strumento per farlo è il Mercosur, ma manca ancora la volontà dei governi dei paesi membri di sacrificare parte dei vantaggi economici che possiede come nazione indipendente, in virtù di un mercato più ampio e fluido.

Lascia un tuo commento