Failure to pay credit: un duro colpo per l’Argentina, ma non il più duro

La festa per l’accordo con i fondi speculativi si è trasformata in un sabba anticoloniale. Il governo insiste a negare la sconfitta e a negare il mancato pagamento, ma la gente che ne pensa? Alcuni sono preoccupati, altri no, altri ancora ne hanno viste abbastanza per fregarsene

Sostanziali differenze di punti di vista: governo, stato, popolo (foto: Pangea News)

Sostanziali differenze di punti di vista: governo, stato, popolo (foto: Pangea News)

Buenos Aires – Era stata organizzata una festa sulla Plaza de Mayo con i fedelissimi del governo e i fuochi artificiali. Il piano era attendere l’annuncio da New York del ministro dell’Economia, Axel Kicilloff, che un nuovo grande passo nella cancellazione del debito era stato compiuto. In poche ore, il dollaro era crollato sul mercato nero, segno che gli operatori scommettevano su un accordo. Su Internet rimpallava la notizia che un gruppo di banche fosse disposto a metterci i soldi. Tutto faceva sperare in una soluzione positiva del negoziato e invece, il ministro ha detto: «Non c’è stato punto di contatto con i fondi avvoltoio», e i canti si sono trasformati in un gran coro anti-americano.

È stata una notizia dura quella che ha colpito ieri l’altro Buenos Aires, anche se non tragica come quella del 2001. Beatriz ce l’ha ben chiaro. Sta in disparte rispetto a quelli con le bandiere, seduta in un punto emblematico della capitale: davanti a lei, si apre il viale in cui 13 anni fa si consumò il grosso della rivolta, il posto in cui morirono 39 persone in due giorni. Alle sue spalle c’è la Casa Rosada, dove la presidente Cristina Kirchner ha appena ricevuto la notizia del fallimento delle trattative con gli hedge fund.

«Confesso di essere più preoccupata adesso che allora – considera l’insegnante di sostengo ed ex attrice, avvolta in un profumo di classe – al tempo mio marito perse il lavoro e ci mise due anni a trovarne un altro, ma i miei figli erano piccoli e sapevo che in casa potevo proteggerli. Ora sono all’università, mi chiedo se dovranno andare a lavorare per pagarsi gli studi e soprattutto: che futuro hanno in un Paese che va in crisi ogni 10 anni?». Mariano di anni ne ha 38 e va di fretta nell’abito grigio. Lavora in banca ed è un economista convinto che agli argentini questa cessazione dei pagamenti selettiva non cambierà la vita.

«Una soluzione la troviamo: se spuntano i soldi, ci tolgono subito l’etichetta del default», dice guardando oltre i suoi stessi passi e poi ammette: «Credo che a risentirne saranno gli industriali, gli importatori e, alla lunga, anche i pensionati, perché senza finanziamenti esteri, il governo pesca dalla previdenza sociale e prima o poi resterà a secco». Victorino e Blandina con la pensione ci vivono. Sono arrivati a Buenos Aires nel ’64, lasciando i colli galiziani e dedicandosi poi per mezzo secolo a fare i portinai.

Si alternano a parlare e sembrano d’accordo su tutto: «Non è giusto – dicono della nuova debacle nazionale – dopo la crisi, l’Argentina ha sempre onorato i suoi impegni». «No – rispondono quando gli si chiede se hanno voglia di tornare in Spagna – ci siamo stati nel 2009 ed era messa peggio che l’Argentina». Appartengono a ciò che Antonio chiama «il ceto umile», quello abituato a «sopravvivere nel risparmio», ma che non fa ancora parte di quei 10 milioni di poveri, che coprono il 25% della popolazione e tra cui stanno 2 milioni di bambini con problemi alimentari (Uca).

Antonio fa lo speaker in una delle radio più antiche di Buenos Aires. Era in onda durante il crac del 2001 e lo è stato anche ieri. Non crede che al governo convenga scendere a patti coi creditori? Gli si domanda. «Credo che più che altro convenga al Paese. Siamo in recessione da un mese e, se continua così, potrebbe incendiarsi di nuovo tutto», risponde riflessivo.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata sul quotidiano La Stampa.

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