Economia Argentina: nessuna crisi energetica in vista, si punta sul nucleare

La Banca Mondiale ha smentito l’opinione unanime di 8 ex funzionari del settore energetico: «È difficile che un Paese attraversi una crisi di questo tipo da solo». Qualche giorno fa, la presidente ha prmesso che la sovranità energetica tornerà entro il 2019, intanto, si spinge per aumentare la produzione delle centrali atomiche

Panoramica del lago di Embalse, con cui si raffredda l'omonima centrale atomica (foto: Pangea News)

Panoramica del lago di Embalse, con cui si raffredda l’omonima centrale atomica, sullo sfondo. (foto: Pangea News)

Con un nuovo inverno alle porte, la grande produzione industriale argentina si prepara ad affrontare la distribuzione razionata di gas e la prospettiva probabile di improvvise sospensioni nel servizio. Per mantenere approvigionate le case, infatti, lo Stato ha negli ultimi anni sacrificato le industrie, non potendo però evitare importanti ripercussioni sui tassi di produzione a fine stagione. Unendosi al coro dei pessimisti e prendendo spunto dalla frenata improvvisa che negli ultimi giorni ha mostrato il settore dell’automobile, un gruppo di 8 ex segretari per l’Energia ha parlato recentemente di una crisi alle porte per questa nazione sudamericana, ricevendo però una pronta smentita da parte della Banca Mondiale.

Economista senior di un organismo che storicamente non ha rapporti particolarmente positivi con Buenos Aires, Govinda Timilsina ha comunque preso una ferma posizione in favore della solidità strutturale dell’Argentina e ha detto in un’intervista che qui «non esistono elementi che possano far temere una crisi energetica». Timilsina ha chiarito che «si parla di crisi energetica, quando un Paese deve far fronte a un aumento improvviso nei prezzi delle sue risorse energetiche, oppure, a una loro repentina carestia». «Tuttavia – ha poi aggiunto lo stesso funzionario – è difficile che questa situazione si presenti per un solo Paese».

In passato, l’Argentina è stato un esportatore netto di gas, mentre negli ultimi anni ha dovuto regolarmente acquistarne dalla Bolivia, Paese che ha recentemente promesso di vendere anche elettricità come prodotto finito ai vicini. La principale iniziativa del governo Kirchner in fatto energetico è stato l’esproprio della compagnia petrolifera YPF dalla spagnola Repsol nell’aprile 2012, una manovra che ha riscosso pareri discordanti da parte dei commentatori tecnici, ma che certo ha aumentato di molto il potenziale d’autonomia della nazione, soprattutto in seguito alla scoperta del mega-giacimento di Vaca Muerta. In proposito e di recente, la presidente Cristina Fernandez de Kirchner ha annunciato che «entro il 2019 sarà raggiunta la sovranità energetica».

Nelle stesse ore in cui andava in porto l’accordo di risarcimento a Repsol per Ypf, votato dal Congresso, Cristina ha rivendicato il valore dell’esproprio e ammesso che in generale «bisognerà soprattutto migliorare in termini di produttività e competitività». Per il futuro, la Casa Rosada punta comunque a sviluppare maggiormente il nucleare, una tradizione che iniziò nel 1950, ma che oggi produce solo il 5% dell’energia elettrica totale. Lo scorso 24 aprile, la stessa Cristina Kirchner ha infatti firmato un accordo con il suo pari degli Emirati Arabi, al fine di acquistare infrastruttura e aumentare la produzione a scopo strettamente pacifico che, attualmente, è affidata a due centrali, per un totale di tre reattori: Embalse e Atucha.

1 commento

  1. Tonino Cavallari scrive:

    Mi sembra una analisi viziata da un ottimismo ingiustificato. Particolarmente campata in aria l’affermazione che con la nazionalizzazione di YPF sia aumentato di molto il potenziale d’autonomia della nazione. Certo è un bel guadagno cacciare gli spagnoli e far entrare gli americani della Chevron (quelli che hanno distrutto la foresta dell’Ecuador con lo sfruttamento petrolifero).
    L’Argentina si è messa sulla strada del Brasile che dopo aver conclamato l’indipendenza energetica si è ridotta ad importare benzina dall’estero che, per evitare l’inflazione, vende sul mercato interno ad un prezzo molto più basso di quanto la paga.

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