Economia Cubana: tasse ai mimi di strada, «sarà un anno difficile»

La sfida del “socialismo di mercato” è iniziata in salita: il governo vuole creare piccole imprese e cooperative private, ma secondo gli esperti mancano ancora gli strumenti di produzione: nel «capitalismo a mezza via» si tenterà quest’anno di unificare le due monete e di rendere autonomi i monopoli di Stato, intanto, nuove tasse per gli artisti del Malecon

Cuba: un'economia difficile da sostenere (foto: Valerio Santurro / Pangea News)

Cuba: un’economia difficile da sostenere (foto: Valerio Santurro / Pangea News)

La risoluzione numero 394/2012, pubblicata a metà dicembre sulla Gazzetta Ufficiale cubana e firmata dal ministero delle Finanze ha annunciato alla cittadinanza una notizia inattesa: «cartomanti, caricaturisti, pittori di strada, pelatori di frutta, pettinatori di trecce e coppie di ballerini» dislocati come figuranti a L’Avana Vecchia, dovranno dare allo Stato una media del 10% del ricavato delle loro elemosina. Nell’anno 2010, il regno dell’inverso economico cubano aveva inserito queste categorie (tra cui compaiono anche i famosi dandy e le habaneras citati testualmente come tali nel decreto, e infinitamente fotografati dai turisti), tra le attività che era possibile realizzare a regime di proprietà privata. Si tratta di piccole o piccolissime imprese che nel gergo isolano vengono dette cuentapropistas, cioè gente che lavora per conto prioprio e non all’interno di un’attività statale e che per la grande maggiornaza sono proprietari di piccoli bar, botteghe di parucchiera, negozi di alimentari, carretti per la vendita ambulante o solo di un costume per fare il mimo in strada.

La loro nascita è stata dovuta alla necessità contigente di un’economia di Stato cementificata nella burocrazia e impantanata nel veterocomunismo. Una necessità di cui il presidente Raul Castro e i suoi commissari hanno cercato di fare una virtù, ma che per ora è rimasto solo un’esperimento fallito. L’idea che il governo ha sdoganato negli ultimi due anni è infatti quella di transitare il sistema socialista che mantiene da mezzo secolo, verso un’economia di mercato controllata, che imiti in un certo senso il sistema cinese, senza però avere la filiera industriale che può vantare il suddetto.

Per questo e per altri motivi, l’avventura economica cubana, di certo molto penalizzata dall’embargo statunitense, ha portato risultati nulli. Come ha fatto notare di recente l’analista del Washington Post, Nick Miroff, uno dei principali problemi del mercato isolano è quello di dover comprare all’estero e ad un prezzo altissimo molti prodotti assolutamente necessari. Se altrove il fenomeno si manifesta con i nuovi smartphone, lasciando al cittadino la possibilità di accontentarsi di un telefono più vecchio, a Cuba questo avviene con prodotti indispensabili come per esempio il sapone. Nella sua analisi, Miroff inventa il termine «halfway capitalism», un capitalismo a mezza via, e racconta la storia di un venditore di crackers con il suo carretto.

 «Crackers, crackers», abbaia il venditore sul Malecon, secondo la descrizione che ne fa il giornalista americano. Ma questi crackers, che costano meno di 1 dollaro a pacchetto, sono stati comprati in un grande panificio statale col bilancio in rosso. Il venditore viene considerato un lavoratore in proprio, ma non ha la possibilità materiale (nè legale) di aprire un panificio per conto suo. I macchinari non si producono nel paese e comprarli all’estero risulta costosissimo o impossibile a causa della legge Helms-Button, altrimenti detta L’Embargo. Amplificando ora l’esempio a tutti i rami del mercato, si ha un’idea di quale sia lo stato di coma farmacologico in cui si trova l’economia dell’isola.

Poco prima del lancio dell’imposta ai dandy ed alle pettinatrici di trecce, il capo del Consiglio dei Ministri, Jorge Marino Murillo, ha detto davanti al Parlamento che le riforme del 2013 e del 2014 saranno «le più complesse e le più importanti di tutto il processo di attaulizzazzione del modello economico cubano». A dire il vero, infatti, Marino non ha detto «riforme», ma ha detto «aggiornamenti», perchè altrimenti avrebbe ammesso la fallibilità del sistema. Di fatto, però, di riforme dovrà trattarsi, altrimenti, solamente con gli aggiornamenti, Cuba affonderà nel Mar dei Caraibi.

Nel suo discorso, il ministro ha annunciato l’intenzione di fare «l’unificazione monetaria»: a Cuba coesistono infatti due valute, il CUC e il CUB, una per il turismo e le imprese ad esso legate ed una per i cittadini. Questo genera, per ammissione dello stesso Marino, «due economie parallele», a cui va aggiunta la problematica del doppio cambio: per lo Stato il CUC si cambia in CUB ad un valore di parità di 1 ad 1, per il cittadino cubano, di 1 a 25. Il primo passo di questo anno difficile è stato appunto la legge tributaria che ora tocca anche i figuranti. Il settore più protetto da questa norma è quello dell’agricoltura. Poi, si è dato il via all’iter burocratico per permettere la nascita di cooperative non agricole ed estendere il programma di creazione di una piccola e media impresa anche al difuori di questo settore.

Per quel che riguarda la grande manifattura, tutta in mano ai monopoli di Stato, il funzionario ha detto che si inizierà quanto prima «un processo di graduale indipendenza, autonomia ed autosostentamento dell’impresa statale socialista», il cui obiettivo è che arrivi presto «a capitalizzarsi da sola». Sogni che non convincono, per esempio, l’economista Julio Diaz Vazquez, citato da Miroff come «un’analista di formazione sovietica specializzato sul cosiddetto socialismo di mercato cinese e vietnamita». A suo modo di vedere, il grande difetto di Cuba è quello di «non aver ancora creato i meccanismi di un’economia produttiva» e di correre per questo grandi rischi con i suoi aggiornamenti «Non si può giocare con il mercato», dice.

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