Argentina, mercato a 3 dollari dalla realtà: situazione economica rischiosa

Il divieto di comprare dollari e il cambio controllato hanno sparato il costo della valuta americana sul mercato nero: +16% solo in gennaio. Per gli esperti svalutare sarebbe «politicamente troppo caro», piuttosto, prevedono uno «sdoppiamento cambiario» entro novembre: un dollaro per il commercio estero ed il turismo ed uno per le transazioni finanziarie. Intanto, i danni collaterali del modello kirchnerista ora toccano anche l’industria

Miracolo argentino: la moltiplicazione dei peso e dei dollari (foto: la rete)

Miracolo argentino: la moltiplicazione dei peso e dei dollari (foto: la rete)

«L’economima argentina sta cadendo attraverso uno scivolo, il governo ne ha perso completamente il controllo e non fa altro che mettere pezze usate sugli strappi: rimedi già usati in passato e già dimostratisi fallimentari». La condanna categorica del cosiddetto modello kirchnerista, che ha governato l’Argentina dal 2003 ad oggi, arriva da colui che se n’è occupato per tutti i primi 2 anni, l’ex ministro dell’Economia, Roberto Lavagna. L’analisi di questa figura, rifiutata dall’attuale governo da molti considerata interessata, viene però condivisa anche da banche d’affari come Merril Lynch e Barclays, secondo cui dopo le elezioni legislative di ottobre, il governo «sdoppierà» il dollaro, mantendo fisso il cambio per chi commercia con l’estero ed i turisti e legallizzando invece per gli operatori finanziari il valore che ora fluttua nel mercato nero.

«È molto probabile che questo accada», ha aggiunto Lavagna, commentando una situazione che preoccupa più o meno tutti nel paese, ovvero, l’aumento rapidissimo dell’inflazione e la proliferazione di un mercato illegale del cambio di pesos in dollari, una valuta che il cittadino comune usa per tutelare i propri risparmi. Quando Cristina Kirchner è stata eletta per la prima volta presidente nel 2007, si è trovata davanti al problema di una bilancia commerciale che passava da positiva e negativa. Dopo la ripresa post-crisi incominciata nel 2002 e proseguita per tutto il mandato presidenziale del suo scomparso marito, Nestor Kirchner, l’ago ha cambiato progressivamente segno e le esportazioni di prodotti argentini sono tornate ad essere una minoranza rispetto alle importazioni.

Fedele ai principi economici del primo peronismo, la presidente ed i suoi ministri hanno reagito in base al concetto per cui il mercato è erratico ed il regolatore deve limitarlo, a beneficio di una cittadinanza patriottica ed un consumo quasi-autarchico. Lo statalismo kirchnerista si è quindi tradotto in incentivi alla produzione nazionale (crediti facilitati e società tra Stato e impresa), deterrenti all’importazione di prodotti finiti realizzati all’estero e tipo di cambio regolato, con un fortissimo uso delle riserve della Banca Centrale per sostenere il prezzo del dollaro: la bilancia commerciale in deficit portava infatti ad un’emorragia di capitali che doveva essere fermata ad ogni costo.

A circa sei anni di distanza dall’adozione di queste politiche, la situazione delle regole è arrivata all’estremo del divieto di importazione per molti prodotti; al divieto di acquistare dollari con pesos argentini ed al divieto di rimettere all’estero i capitali ricavati nel paese, che sta scatenando l’ira delle multinazionali straniere. La situazione statistica, d’altra parte, non è meno estrema: l’Istat locale, Indec, trasmette cifre completamente inattendibili, servendo il doppio scopo ormai in parte venuto meno, di dare un’immagine positiva dell’operato del governo e di contenere i tassi di interesse che questo paga sul debito estero. Proprio per questo motivo, il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ha emesso venerdì un’ammonimento contro le sue sofisticazioni, che a lungo andare potrebbe anche terminare nell’espulsione dell’Argentina.

Le società di consulenza private registrano un aumento annuo dell’inflazione superiore al 20% da almeno 3 anni a questa parte, stabilizzandosi su una media del 25% ed arrivando a massimi del 35%, a seconda del paniere di prodotti su cui ciascuna rileva il proprio indice. I sindacati, storicamente fortissimi e peronisti quanto il governo Kirchner, anche se ora spostati verso destra, vivono uno stato di negoziato permanente per tenere gli stipendi al passo con il carovita. Mentre da un lato gli argentini che sono in grado di risparmiare nonostane l’erosione dell’inflazione, si espongono al mercato nero del dollaro, dove lo pagano oggi 7,93 pesos, e consumano i prodotti di importazione più cari di tutta l’America Latina, dall’altro c’è il cambio ufficiale, puramente simbolico, poichè è vietato cambiare, e fermo a 4,94 pesos, cioè una distanza del 56% dalla realtà.

A questi disagi che toccano la popolazione dal ceto medio basso, alla borghesia medio-alta, graziando per il momento i molto poveri, che sono un pò meno poveri grazie allo statalismo peronista, e i molto ricchi, che sono di poco meno ricchi, si sono aggiunti ora anche i disagi strutturali legati ai conti pubblici ed all’industria: le riserve della Banca Centrale sono al minimo storico dalla prima assunzione a presidente di Cristina Kirchner, in quel fatidico 2007: da allora, l’autorità monetaria riporta una perdita di 3 miliardi di dollari. Per quanto riguarda le fabbriche, invece, il 25 gennaio scorso, l’Indec ha riconosciuto per la prima volta in 10 anni quello che le agenzie private denunciavano dal 2009: un calo dell’attività produttiva, precisamente, pari 1,2% e causato soprattutto dai settori siderurgico e dell’automobile, dove operano le italiane Ternium (anche Techint e Siderar) e Fiat (anche Iveco e New Holland).

In questo scenario complicato e per certi aspetti assurdo, visto che il dollaro è debole in tutto il mondo, meno che in Argentina, la soluzione politica conseguente sarebbe quella di una svalutazione del peso, ma secondo Lavagna ed anche secondo le banche d’affari americane non è una prospettiva probabile: «Il costo d’immagine sarebbe eccessivo per il governo», dice l’ex ministro. «È un’amministrazione ostile alle soluzioni tradizionali», affermano invece da Barclays, quindi, si scommette su due dollari paralleli: uno sotto i 5 pesos ed un altro attorno agli 8, che potrebbero usare legalmene solo gli operatori finanziari, che sono quelli che oggi giocano con forza sulle contrattazioni illegali, perchè il loro settore non gli consente alternative.

Il momento clou per il cosiddetto “sdoppiamento del dollaro” sarebbe a partire da novembre 2013, «subito dopo le elezioni di medio termine», precisa Lavagna, una data che prospetta risultati deludenti per il governo, senza che questi siano però una minaccia vera e propria: nel sistema presidenzialista che vige in Argentina, infatti, perdere le legislative è grave ma non fatale. Cristina Kirchner lo ha dimostrato perdendo quelle del 2009 e vincendo le presidenziali del 2011, con il 54% dei voti. Come ci è riuscita? Allora la base dei condannati dai risvolti del modello kirchnerista era minore rispetto a quella di chi si beneficiava con lo Stato sociale, se queste proporzioni oggi sono cambiate, il voto sarà il miglior termometro per capirlo.

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