Va in scena un copione già visto in Argentina: una società di servizi pubblici e capitali italiani ha preso una china pericolosa e, senza investimenti nè possibilità di aumentare i prezzi, ora si trova a fare i conti con lo spettro del fallimento. Dopo aver redatto questa diagnosi in anteprima per Edesur e le sue società satelliti, controllate dall’Enel, Pangea News ora prende in mano il caso di Camuzzi, la metà australe di un grande sogno imprenditoriale italiano, che da fiore all’occhiello è ormai diventata un’orchidea appassita.
Camuzzi è un marchio che diventò grande sotto il comando di Leonardo Garilli. L’imprenditore che portò il Piacenza Calcio dalla C2 alla Serie A, fece anche di questa compagnia un grande gruppo internazionale della distribuzione del gas, a cui si aggiungerso poi anche altri business più o meno vicini all’originale. Tuttavia, quando alla sua morte i figli quasi coetanei Stefano e Fabrizio ereditatorono il tutto, si aprì tra loro un litigio che risultò insanabile ed il fatturato da 1 miliardo 600 milioni di lire che registrava l’azienda nel 1997, si spaccò: Stefano in Italia con Camuzzi Gazometri e Fabrizio in Argentina, a capo di Camuzzi Gas del Sur e Camuzzi Gas Pampeana.
Come la maggior parte delle altre grandi multinazionali, Camuzzi era arrivata a Buenos Aires negli anni del governo liberale del turco (in realtà è di origini siriane) Carlos Menem e nel 1992 si aggiudicò la privatizzazione di 8 contratti di concessione che le riconoscevano il monpolio nelle Pampas e nella Patagonia. Con una spesa da 500 miliardi di lire, l’operazione permise alla compagnia di raddoppiare il fatturato, passando da 700 miliardi l’anno a 1.400 e di fare anche di più con il personale, che saltò da una popolazione di 900 dipendenti a 1.200.
Nel marzo del 2002, la metà italiana fu comprata dall’Enel con una manovra lampo, tuttavia, la parte argentina ed il Piacenza rimasero fuori dall’operazione. A far desistere da questa prospettiva, che pure era possibile attraverso una call option, fu la crisi economica che all’epoca imperversava sul paese sudamericano. Sempre beffardi, gli anni mostrarono che la parte più pregiata era proprio questa, tant’è che l’italiana Camuzzi Gazometri è ora in liquidazione, mentre le argentine Gas del Sur e Gas Pampeana navigano in cattive acque, ma sono ancora attive.
I loro problemi riguardano soprattutto la regolamentazione statale del mercato. Sebbene le società gemelle, che concretamente si occupano solo di trasportare il gas estratto e raffinato da terzi, partissero dalla base favorevole di una privatizzazione in sconto, che concedeva loro un mercato di monopolio, la crisi del 2001 portò il governo argentino a bloccare le tariffe al consumo dei servizi pubblici, mettendo oggi con le spalle al muro Camuzzi e molti altri operatori impegnati in settori simili.
Davanti ad un margine di ricavo stretto, il problema della spesa è così rapidamente diventato gigantesco: Camuzzi e le altre società del gas si trovano inmancabilmente ad ogni inverno nel mirino delle proteste di consumatori e media, perchè al primo freddo intenso il loro servizio si strappa, sotto il peso della domanda. In una situazione molto simile si trova anche Edesur, la controllata argentina dell’Enel, che però affronta picchi di consumo letali per la sua infrastruttura soprattutto in estate. Questi blackout, ammesso che il termine possa essere usato anche per la rete del gas, sono un continuo fattore di malcontento, soprattutto perchè a restare per primi senza servizio sono i cosiddetti grandi clienti, ossia quelle industrie che sottoscrivono contratti speciali, in cui gli si garantisce il flusso continuo di combustibile, ed a cui in questi casi si viene meno.
Di rimando, poi, c’è la situazione delle maestranze. In uno scenario monetario in cui l’inflazione cresce ogni anno del 25/30%, il complesso e contraddittorio mondo del sindacalismo argentino si è uniformato nel chiedere aumenti sui contratti 2012 tarati su queste percentuali: gli operai del settore gas, così come ancora una volta quelli del mercato elettrico, si sono trovati davanti ad un’offerta del +0% che, ovviamente, li ha portati subito su posizioni radicali: la prossima settimana i dipendenti della Tierra del Fuego inzieranno uno sciopero da 72 ore, la cui risoluzione è tutt’altro che scontata.
Proprio ieri, per esempio, l’apertura di una falla in un gasdotto ha lasciato senza combustibile le località turistiche andine di San Carlos de Bariloche e Villa Langustura. Le autorità municipali hanno parlato di un intervento tempestivo da parte di quelli della Camuzzi, ma la cittadinanza non ha tardato a sollevare le prime voci di protesta ed ora reclama di sapere almeno quando potrà riaccendere il riscaldamento. In scala ridotta, questo è il genere di problemi che si attende su tutto il paese a partire dalla prossima settimana, quando le temperature si abbasseranno ancora e le zone industriali inizieranno a dover razionare i turni di lavoro, perchè non hanno il gas.
Dietro a questi sintomi c’è uno stato generale poco promettente: a fine 2011 Camuzzi ha dichiarato alla Borsa di Buenos Aires di aver perso 13 milioni di pesos, una cifra che al cambio con l’euro fa 2 milioni 200 mila, e che diventa doppia rispetto ai 6,3 riportati, nuovamente in valuta locale, alla chiusura dell’anno precedente. Nella parte del bilancio in cui, come tutte le altre società quotate deve dare un prospetto per il futuro, l’azienda dice che gli aumenti delle tariffe saranno «vitali per soddisfare le necessità del servizio di distribuzione del gas» durante il 2012. La Casa Rosada aveva promesso un intervento di questo tipo entro l’anno 2006. Sei anni dopo, non se n’è ancora vista l’ombra, anzi, in una corrispondenza privata con il premier italiano, Mario Monti, la presidentessa Cristina Kirchner ha scongiurato questa prospettiva in tempi brevi.
Quindi, cosa potrebbe salvare Camuzzi e tutti i suoi operai da un destino altrimenti segnato? In un mare burrascoso, c’è una nave piena di salvagente, ma senza marinai con voglia di lanciare, che però, forse, si tira dietro un tronco galleggia: di recente Cristina è stata in Angola, ufficialmente, per promuovere la vendita dei prodotti argentini, visto che il paese ha bisogno di esportare di più ed importare di meno. Di fatto però, si sa, gli angolesi non hanno un soldo e forse non sono i migliori clienti al mondo. Parallelamente, si è visto aumentare l’arrivo di petroliere cariche di gas nei porti della Patagonia. Nello specifico, lo scalo di Ingeniero White sta ammodernando gli approdi ed il rigassificatore mobile che ha agganciato sotto costa, per poter aumentare la propria capacità di importazione. Il gas liquido di cui si sta parlando arriva dall’Angola e a trasportarlo al resto del paese potrebbe essere proprio Camuzzi, che ha in concessione la Patagonia.










