Un giorno nella favela di Micheal Jackson

La favelas brasiliane sono da sempre luoghi impenetrabili e governati da organizzazioni criminali. Chi nasce lì ha pochissime possibilità di cambiare la sua vita. Ma con un programma del ministero del turismo che coinvolge e fa lavorare i loro abitanti ora le favelas stanno cambiando. E grazie al nome di Micheal Jackson, i visitatori non mancano

Rio de Janeiro – Lo stupore sui visi delle signore anziane rivela che non sono abituate a prendere un mezzo di trasporto per risalire la favela. Quasi non ci credono, entrano timorose nella nuova funivia che permetterà loro di arrivare in cima al quartiere senza dover attraversare le minuscole strade ricavate nello spazio tra una baracca e l’altra e spesso piene di scale.

Tra quelle piccole vie, dove a volte non passa nemmeno il sole perenne che bacia la città, esiste un mondo parallelo, fatto di odori forti, bar di fortuna, case improvvisate e bambini con gli occhi grigi che scendono scale costruite in mezzo a cumuli di fango e spazzatura. Un mondo che Barbosa, un signore sui 50 anni abitante del posto, mostra volentieri a chi non cerca solo una foto di persone povere, perché è il suo mondo e forse, ora, dopo quasi 60 anni dalla sua creazione, sta migliorando.

Benvenuti a Rio De Jainero, la città meravigliosa come viene chiamata, a ragione, da brasiliani e non. Le spiagge dominano i palazzi, i chioschi sono circondati da persone che chiedono un’agua de coco per accompagnare i loro pomeriggi marini. Gli spiedini di gamberi ti arrivano direttamente sull’asciugamano mentre il Cristo redentore a braccia aperte guarda dall’alto la città simbolo di samba, allegria e sole. Ed è così, persino nella favela di Santa Marta, o Dona Marta come alcuni ancora la chiamano, dove la miseria si incontra con una certa frequenza, arriva l’invito a una festa. «Stasera c’è un gruppo che suona qui nel barrio – dice un signore a Barbosa, la guida – perché non venite? Siete nostri ospiti!».

Di fronte alle spiagge, le colline che circondano Rio offrono un’altra vista, o meglio, un altro punto di vista. Il mare è più lontano, ma non irraggiungibile, e le centinaia di casupole abusive costruite su queste piccole alture lo possono scorgere all’orizzonte. Ma, per arrivarci, devono attraversare la favela. Che, nel caso di Santa Marta, è stata la prima a essere “pacificata” – attualmente le comunità “liberate” sono 14 -, ossia tolta ai trafficanti di droga con un’operazione del corpo speciale Bope, creato esclusivamente per operare in questi contesti. L’operazione, che secondo quanto riferisce Barbosa si è chiusa con un bilancio di 18 morti e 22 prigionieri (ma l’espressione del suo viso suggerisce qualcosa in più, visti anche i metodi piuttosto bruschi di questi militari) ha avuto, almeno all’apparenza, successo, e ora Santa Marta non è più in mano ai signori della droga. Nelle pareti si possono ancora vedere i buchi lasciati dalle pallottole protagoniste di quella guerra tra polizia e trafficanti.

Una favela, o comunidad come si chiama ora, resa celebre vent’anni fa da Micheal Jackson, che qui girò un suo famoso video. Sparse per il morro ci sono una biblioteca (che ha anche un computer), una palestra dove vengono fatti corsi di arti marziali, una sala dove si insegna musica, diverse chiese, un campetto di calcio e, appunto, lo spazio Micheal Jackson con una statua de cantante e un mosaico a lui dedicato dall’artista-amico Romero Brito.

Non a caso il ministero del Turismo, nel 2010, ha pensato di sfruttare proprio la popolarità del cantante come amo per lanciare un programma che da un lato aiuta gli abitanti delle favelas e dall’altro permette ai visitatori di entrare a contatto con una realtà molto difficile quasi senza disturbare i suoi abitanti. L’iniziativa si chiama Rio Top Tour e ha festeggiato il suo primo anno il 26 agosto scorso. Al momento il tour ha una media i 2.500 visitatori mensili – di cui il 50% è brasiliano – ma l’obiettivo è arrivare a 5000.

Barbosa, che a Santa Marta è nato e cresciuto, come le altre 5 delle 17 guide autorizzate dal ministero dopo avere frequentato un corso di due anni e mezzo (al momento lo stesso corso sta formando altre 52 persone), sembra entusiasta. Questo lavoro, che fa tutti i giorni dalle 8 alle 11 per poi andare a lavorare come autista di pullman turistici, gli permette di arrivare a fine mese  un po’ più tranquillo. La sua casa è una di quelle nuove che il governo ha costruito per spostare gli abitanti delle favelas dalle loro abitazioni di fortuna, fatte di fango e legno marcio, a case che abbiano un minimo di dignità: 40 metri quadri che comprendono un piccolo salotto, una stanza da letto, una cucina e un bagno con l’acqua corrente. A Santa Marta, dove secondo l’ultimo censimento vivono circa 9mila persone senza contare i bambini – e dove se vuoi puoi nasconderti senza che nessuno ti rintracci fino alla fine dei tuoi giorni – sono già stati costruiti 12 piccoli edifici (ognuno ha circa quattro piani e diversi appartamenti per piano), e altri 12 sono in progetto. Ogni edificio richiede 3-4 mesi di lavoro e nel frattempo gli abitanti in attesa della loro nuova casa vivono o da amici o in alberghi pagati dal governo. Ora l’altra metà di Santa Marta aspetta le case e un’altra funivia che colleghi l’altro lato della comunidad.

L’operazione di recupero, oltre ad aiutare gli abitanti della favela, va incontro anche alle esigenze immobiliari di una città in continua espansione, soprattutto ora che il Brasile è in crescita. Una casa ai piedi del morro Santa Marta infatti è passata dal valore di 130mila reales (poco più di 53mila euro), agli attuali 280mila (115mila euro circa). E il prezzo continuerà a crescere.

Barbosa ora deve andare, il suo altro lavoro lo aspetta. Ma, prima di salutare, ci ricorda del concerto: «c’è sempre un motivo per festeggiare».

Lascia un tuo commento