Un decennio senza Bolaño: i suoi mondi infiniti nel chiuso di un libro

A 10 anni dalla morte, l’autore che in vita fu riconosciuto ma mai celebrato, anarchico ma nemico dell’unanimità, torna a vivere nella sua rivincita del secondo piano, nelle cento comparse delle sue storie, che solo insieme fanno un protagonista, così com’è la società contemporanea

 

Bolaño: un anarchico contro l'unanimità, uno scrittore unico (foto: la rete)

Bolaño: un anarchico contro l’unanimità, uno scrittore unico (foto: la rete)

La penna di Roberto Bolaño non ha scritto romanzi: ha creato un mondo. I suoi personaggi non hanno semplicemente popolato storie, di cui sono protagonisti, coprotagonisti o comparse, ma hanno raggiunto una materialità che li ha tolti dalla carta delle pagine e gli ha dato carne e sentimenti, voglie e dolori. Che li ha fatti umani. I limiti che separano un’opera dall’altra sembrano i lati dei fotogrammi che la sua macchina fotografica ha voluto e potuto rivelare di quel mondo. Fotogrammi che arrivano a sovrapporsi sfalsati, quando troviamo le stesse situazioni in punti diversi della sua produzione letteraria, guardate da un’altra prospettiva. Le narrazioni che ci troviamo avrebbero però potuto mescolarsi in una maniera diversa da come è stato.

Ma al di fuori di questi fotogrammi c’è molto altro che non ci è dato sapere. C’è la vita degli Arturo Belano, dei Benno von Archimboldi, delle Rite Amalfitano che incrociamo fortuitamente in alcune pagine e che non smettono di vivere solo perché chiudiamo il libro dopo averne letta l’ultima parola. Probabilmente avremmo ricevuto alcuni fotogrammi in più, se la malattia non ce lo avesse strappato nel luglio di 10 anni fa, ma non avremmo comunque potuto cogliere la totalità di questo mondo di cui l’autore era l’unico trait d’union con noi e che ora ci è inaccessibile.

Abbiamo detto protagonisti, coprotagonisti o comparse perché tutti hanno la stesso peso e non è semplice distinguerli in questo mondo. Non ci sono un centro e una periferia nei volumi che ha scritto. Metafora dell’epoca contemporanea, nelle sue opere più complesse come I detective selvaggi o 2666, troviamo tante periferie che si intrecciano e che l’autore decide di far emergere. Ci metterebbero però in difficoltà, riferite a un suo libro, le domande: di che cosa si tratta? Di che cosa parla?

E non a caso viene studiato nelle scuole di sceneggiatura, dove si formano scrittori di storie secondarie per i soggetti dei film. Dissolto il centro, in Bolaño è questa secondarietà a prendersi la scena. È la rivincita del secondo piano, su cui raramente nella storia del cinema e della letteratura abbiamo posato lo sguardo.

Nato in Cile nel ’53 ha vissuto gran parte della sua vita a Città del Messico e Barcellona, e proprio al suo periodo catalano risale la maggior parte della sua bibliografia.

Autore schivo, poeta e narratore di una cultura sconfinata, Bolaño è stato una persona difficile e letterariamente conflittuale. È stato uno che ha fondato – con altri – un gruppo poetico (l’infrarealismo che diventerà realismo viscerale nei Detective selvaggi), con il solo obiettivo di “rompere il culo a Octavio Paz”, uno dei principali poeti messicani del XX secolo. È stato uno che a Barcellona, città di forte tradizione anarchica, ha smesso di essere anarchico a causa del suo odio verso l’unanimità.

Sarà per questo che Bolaño e il suo carattere non hanno frequentato i salotti buoni della letteratura e se ne sono andati in sordina. È vero che nel circolo degli autori della nuova narrativa ispanica si era già in vita ritagliato uno spazio, come dimostra il tributo di Javier Cercas, che ne fa uno dei personaggi del suo Soldati di Salamina. E anche il premio Romulo Gallegos, una sorta di Nobel della letteratura in lingua spagnola, vinto nel 1999 con I detective selvaggi, ci impedisce di farcelo dipingere come un genio incompreso o un autore di nicchia. Non era, a ogni modo, un fenomeno letterario. In Cile, suo paese d’origine, il lancio d’agenzia che il 15 luglio 2003 annunciava al mondo la sua morte ha portato più di un giornalista a sotterrare il quasi omonimo Roberto Gomez Bolaños, protagonista del El chavo del ocho, serie messicana cult in tutta l’America latina.

A dieci anni dal giorno in cui abbiamo dovuto farne a meno, Bolaño è uno scrittore molto conosciuto, anche se non di massa, ma probabilmente nei decenni, o forse secoli, a venire il suo nome risuonerà al pari di Tolstoj o Flaubert. Questo però è un altro discorso, che sicuramente a lui non sarebbe nemmeno piaciuto.

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