mercoledì 22 nov 2017

Suona ancora la fisarmonica a Buenos Aires: rinasce il bandoneon, sopravvive il tango

Minacciato dal carovita, lo strumento musicale che mette la disperazione dentro ai tango, torna a vivere in un progetto universitario e nella passione dei giovani liutai. Per le strade del vecchio porto e i vicoli dei bassifondi, si ascoltano così di nuovo i «lamenti» della musica che raccontava la nostalgia degli immigrati

Pichuco come Troilo: il bandoneon creato dall'Università di Lanus (foto: Giulia De Luca / Pangea News)

Pichuco come Troilo: il bandoneon creato dall’Università di Lanus (foto: Giulia De Luca / Pangea News)

Buenos Aires – Chitarra e voce, questo era il tango che scese dalle barche insieme ai migranti dell’800, apparso all’improvviso come una sorta di gergo delle strade di Buenos Aires fatto in musica e volteggiamenti. Folle di italiani, spagnoli, tedeschi, russi che vivevano fianco a fianco nei conventillos (la case comunitarie con una famiglia per stanza), si ritrovavano nei cortili a  godersi questo genere nato proprio dalla fusione delle loro culture. Quello che non sapevano, che nessuno sapeva ancora, era che dall’altro lato del mondo uno strumento creato per suonare musiche sacre, stava per attraversare l’Oceano e cambiare, per sempre, la storia musicale d’Argentina. Il Bandoneon, cuore del tango, già suonava in Germania nella prima metà dell’800 grazie al lavoro di Carl Friedrich Uhlig prima e di Heinrich Band poi, e presto si rivelò fondamentale per sostituire l’organo, che aveva un costo elevato ed era difficile da spostare. Oggi, questo strumento che ha accompagnato quasi due secoli di storia del paese, rischia di scomparire. La crisi del 2001 e la precaria situazione economica attuale, che vede il peso svalutarsi velocemente, stavano quasi riuscendo a relegare il bandoneon in una nicchia, facendolo rimanere un privilegio per pochi: troppo cari quelli delle nuove fabbriche europee e altrettanto inavvicinabili quelli artigianali dei liutai (il prezzo si aggira intorno ai 50mila pesos, quasi un anno di stipendio).

Ecco perché l’Università nazionale di Lanus sta portando avanti dal 2009 un progetto di ricerca della facoltà di disegno industriale per produrre bandoneon in serie a un costo nettamente inferiore. Cambiando il materiale di alcuni componenti – lo strumento ha una corazza di legno e un’anima di cartone – e razionalizzando la sua struttura, che va da un minimo di 2.300 pezzi in poi, sono riusciti a portare a termine la realizzazione di Pichuco, il primo bandoneon prodotto industrialmente in Argentina.

«L’essenza del progetto è che il costo dello strumento sia accessibile e quindi sia più facile cominciare a suonarlo – afferma Pablo Pereyra, uno dei responsabili dell’iniziativa -, la parte più difficile è stata riordinare tutta la geometria dei pezzi per poter razionalizzare la quantità dei componenti». Il nome del bandoneon è un omaggio a uno dei bandoneonisti più grandi di tutti i tempi, Anibal Troilo, detto, appunto, Pichuco, dal soprannome che gli diede il padre che potrebbe risalire a una deformazione del siciliano picciuso, ovvero capriccioso, piagnucolone. L’11 luglio, giorno della sua nascita, è stato proclamato Giorno del Bandoneon, in onore di quel musicista che è stato per il tango quello che Carlos Gardel fu per la sua interpretazione cantata.

«Tutti gli altri strumenti musicali hanno la loro versione antica, quella dei liutai e poi quella prodotta in forma industriale – afferma Julio Coviello, bandoneonista dell’Orchestra Tipica Fernandez Fierro – nel caso del bandoneon questa diversità non esisteva, almeno fino ad ora». Il bandoneon è considerato uno degli strumenti più difficili da dominare, «ci vogliono due vite per imparare a suonarlo» dicono. Con un totale di 71 bottoni che danno accordi diversi a seconda che si apra o si chiuda, arriva un totale di 142 voci. Ma la tastiera non è stata sempre così, l’uso argentino dello strumento ha influenzato notevolmente la sua evoluzione. «Il bandoneon come lo conosciamo qui è stato sviluppato agli inizi del ‘900 – continua Coviello – con un tipo di tastiera più ergonomica che in Germania chiamarono tastiera argentina».

Dopo anni di oscurità, si può quindi parlare di «un risorgimento di bandoneonisti – conclude Coviello – e questo stimola la produzione degli strumenti. Per molti anni comprare un bandoneon era molto più economico che fabbricarlo, perché se ne avevi bisogno andavi da qualche parente tuo o di un amico che aveva un bandoneon e lo compravi. Oggi questo non è possibile, i bandoneon scarseggiano, ecco perché adesso si stanno fabbricando bandoneon: chi li produce sa che li venderà».

Non si sa se il bandoneon fu portato nel nuovo continente da un marinaio, chiamato “l’inglese”, da un brasiliano di nome Bartolo o dallo stesso figlio di Band. Chiunque sia stato, nel 1870 nel porto di Buenos Aires arrivò uno strumento di cui nessuno conosceva il funzionamento, senza tradizione musicale, senza memoria. Piano piano, nelle strade della capitale argentina cominciarono a risuonare le sue note, appassionate, uniche e melanconiche, come la vita di chi aveva lasciato la sua casa per cercare il un destino migliore nel nuovo mondo.

Il bandoneon cominciò a diffondersi, soprattutto grazie alla produzione industriale tedesca, portata avanti da Alfred Arnold con la sua marca “Doppia A”, la Stradivari del bandoneon. Le guerre però avevano distrutto la vecchia Europa e poco alla volta i bandoneon smisero di attraversare l’Oceano. Furono i liutai a mantenere in vita lo strumento, i pochi che lo conoscevano e che ne custodivano gelosamente i segreti. «Andavi da un liutaio per far riparare un bandoneon e lui si chiudeva in una stanza in fondo alla bottega senza dirti cosa stesse facendo al tuo strumento» afferma Oscar Fischer, liutaio e uno dei pochi esperti di bandoneon di Buenos Aires, per quanto possa sembrare strano che nella capitale del tango non ci siano più di un pugno di liutai specializzati nella cura del fueye, come viene chiamato affettuosamente il bandoneon dai chi lo ama.

A vent’anni Oscar sapeva solo che adorava la musica, nulla più. Poco dopo il padre, un avvocato con una grande passione per il tango, gli disse prima di morire: «Figlio, fai rumore». «E questo mi dici?” pensai, muori dicendomi “immetti rumore”?» racconta Oscar. «Qualche tempo dopo mi comprai il mio primo bandoneon a un’asta del Banco Ciudad – continua – pensavo che sarei diventato un grande bandoneonista, però non fu così. Ho suonato quanto ho voluto, però allo stesso tempo ho cominciato a entrare nello strumento». Da quel primo bandoneon comprato all’inizio degli anni ’90 a oggi, Oscar ha fondato la Casa del Bandoneon (sembra che presto aprirà una succursale in Italia), che comprende una scuola di Liuteria e un museo che racconta la storia dello strumento.

Per riuscire a ricostruirla, però, Fischer ha dovuto penare. «Cominciai a cercare bibliografie, non c’era nulla ancora negli anni ’90, andavo nelle biblioteche e non trovavo informazioni, bussavo alla porta di un liutaio e ti diceva “no ragazzo, non insegno nulla” – racconta -, decisi di mandare lettere ai liutai tedeschi e dopo alcune settimane arrivarono le risposte. Non finivo di leggerne una che già volevo prendere la successiva». Fu allora che decise di restaurare il suo primo bandoneon: «Lo portai a un negozio per venderlo e il proprietario mi disse “guarda, ne ho già 10, la situazione è un po’ bloccata, comunque lascialo”. Il giorno dopo mi chiamò: “Ragazzo, non so cosa avesse di speciale il tuo bandoneon, però è stato venduto. Gli altri sono ancora qui. Ne hai un altro?”. Usai i soldi della vendita per comprarne un altro, lo restaurai e da allora non ho mai smesso».

Una versione di questo articolo è stata pubblicata su Repubblica Sera.

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