<b>STORIE MONDIALI:</b> Perù, un giorno senza coppa, in un paese senza torneo

Escluso dai Mondiali brasiliani ancor prima del loro inizio, il Perù non può far finta che non esistono: il marketing della coppa travolge le sue strade e i peruviani assistono alle partite dai bar dell’afosa Lima, tifando di volta in volta per una squadra diversa. Una giornata passata a spiegare il perché il Perù non sia in corsa

Mondiali fai da te: un clown gioca a calcio per le strade di Lima (foto:Gloria Pardo)

Mondiali fai da te: un clown gioca a calcio per le strade di Lima (foto:Gloria Pardo)

In Perù il Mondiale non c’è. Manca da trentadue anni, da un pomeriggio triste a La Coruña, che si concluse con una goleada che fu preambolo di questo digiuno vissuto da allora con atavico fatalismo. Quell’ultima partita in una fase finale il Perù la perse per 5-1, quando si giocava la qualificazione con la Polonia, nel girone che promosse invece la sbiadita Italia di Bearzot, prossima però a trasformarsi nello squadrone che vinse il titolo. 

   La nostalgia, in questi giorni di euforia planetaria, è palese. Per le strade di Lima abbondano i televisori, i richiami pubblicitari alla più grande manifestazione dell’anno, i commenti ad ogni angolo di strada. Ristoranti e luoghi pubblici si trasformano in piccole arene ogni qualvolta si giochi una partita, con gli avventori che partecipano appoggiando l’una o l’altra squadra. I favori –se si esclude il naturale rivale Cile- vanno alle latinoamericane. Il telecronista si accende ogni qualvolta vede ondeggiare la bandiera peruviana sulle tribune degli stadi brasiliani. «Ci siamo anche noi», strilla, ma il suo commento invece di appiccare il fuoco patrio, fa tenerezza.

   Il Perù calcistico, quello mundialista, si è perso sotto i gol di Lato e Boniek e non si è più ritrovato. Nell’86, in Messico, e nel ’90 in Italia, il paese era sotto la minaccia senderista e quando è stato il momento di rifondare il movimento non si sono più trovati i talenti in grado di sostenere la rinascita. I Cubillas e i Lolo Fernández sono figure che appaiono ormai solo nelle fotografie sbiadite di un passato glorioso, presenti nelle storie che i padri tramandano ai figli, ma con nessuna incidenza sul presente. Una situazione in cui la memoria della camiseta, finisce per pesare sulle spalle delle nuove leve calcistiche, frenandole invece che spronandole.

   Perché poi il peruviano è forse il meno nazionalista di tutti i latinoamericani. La bandiera è la stessa, ma di Perù ce ne sono almeno tre: quello capitalino, quello della sierra e quello che si affaccia sul grande bacino amazzonico. Tre Perù che non si sono mai capiti per secoli e che hanno creato tra loro grandi divisioni, che anche in epoca recente hanno generato immani tragedie. Il potere dei forti contro i deboli, il risentimento razziale, la povertà ancestrale avevano trascinato il paese in un pozzo. Poi, piano piano, la risalita, cominciata con l’intenzione di rafforzare il sentimento di nazione.

   Il marchio Perù, stilizzato seguendo i disegni delle linee di Nazca, è sorto tre anni fa e da allora si è moltiplicato ovunque, con un battage pubblicitario degno, appunto, di una finale di coppa del mondo di calcio. Il messaggio è chiaro: il Perù è uno solo e tutti siamo il Perù, ma non siamo pronti. La voce del popolo è quella dei tassisti che ti portano in giro in un traffico improponibile, in una metropoli di dieci milioni di abitanti, immersa nell’umidità e nello smog, dove puoi ritenerti fortunato se riesci a vedere il sole fare un timido capolino nella cappa.

   «Siamo corrotti, immaturi, e, soprattutto non rispettiamo niente e nessuno – dice l’autista in una delle tante pause al viaggiare che impone il traffico – e sa perché non andiamo al Mondiale da trentadue anni? Perché ci manca disciplina. Il giocatore peruviano appena arriva a giocare nella Primera División, si crede un fuoriclasse. Pensa ai soldi, alle auto sportive e alle donne. E non pensa più a giocare». La conferma? Gli assi della nazionale che fanno mattina con donne e alcol dopo aver pareggiato con il Brasile in Coppa America. Due giorni dopo l’impresa, ne prendono cinque dall’Ecuador…

   Pinto, l’attuale allenatore della Costa Rica rivelazione dei Mondiali, ha lavorato qui. Due anni e due titoli con l’Alianza Lima. Grandi risultati, certo, ma se ne andò per la disperazione. Tutti i fine settimana doveva fare il giro delle discoteche per raccogliere i giocatori, sfatti dopo ore di baldoria. Se Lima è triste nel suo spettacolo invernale di cielo grigio ed inquinamento, lo è ancora di più per i tifosi che devono guardare per televisione uno spettacolo che non gli appartiene. Gli altri fanno festa e loro devono inventarsi di volta in volta una squadra alla quale affezionarsi per novanta minuti, perché almeno per altri due anni, quando ricominceranno le eliminatorie, non ne hanno una loro.

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