mercoledì 20 set 2017

<b>RUMBO SUD:</b> Bahia e pampa, viaggio alla frontiera tra l’Argentina urbana e il vecchio West

650 chilometri di notte profonda, per lasciarsi alle spalle Buenos Aires ed entrare nell’orbita di Bahia Blanca. Città di passaggio e quieto porto dell’oceano, Bahia nasconde decine di storie umane da ascoltare e si circonda di una pampa rude che sembra uscita da un film di Sergio Leone

Fine Ottocento: ormai trasformata in un città moderna, Bahia Blanca e i suoi dintorni non dismettono certe vecchie abitudini del passato. (foto: Fotos Viejas de Bahia Blanca)

Fine Ottocento: ormai trasformata in un città moderna, Bahia Blanca e i suoi dintorni non dismettono certe vecchie abitudini del passato. (foto: Fotos Viejas de Bahia Blanca)

Prima di approdare ai famosi ghiacci della Tierra del Fuego, si attraversano centinaia di kilometri e vari stati. Bahía Blanca si trova al confine fra la provincia di Buenos Aires e la regione patagonica. Per arrivarci, bisogna attraversare una notte e 650 chilometri avvolti nel buio. Guardando fuori dai finestrini dell’autobus, ci si rende conto che non ci sono luci, tranne quella di qualche sporadica stazione di sevizio. Usciti dai mille sobborghi di Buenos Aires, infatti, inizia la pampa, la patria dei gauchos, i famosi cowboy argentini.

   Bahía è una città mediamente grande, moderna, con diverse piazze e giardini, le sue scuole e un paio centri commerciali. Ha molti caffè e altrettanti ristoranti. Mentre la osservo, non riesco a togliermi dalla testa la descrizione di Los Angeles che fece John Fante: «La polvere del deserto ha concesso un piccolo spazio, una parentesi alla nostra umanità, ma è pronto a riprenderselo, riafferrarlo alla prima occasione». Quando il vento si alza, muove con sé anche i cardos rusos, quei piccoli grovigli di erbe secche che rotolano nei paesi abbandonati dei film western.

   La prima tappa ci porta nel Barrio Patagonia, uno dei più nuovi e ricchi dei dintorni. Gabriel e Karina hanno tre figli. Vivono in una casa con piscina e campo da calcio (creato apposta dal padre per i due figli maschi), non lontano dalla casa di riposo di proprietà di Manu Ginobili, la star del basket internazionale. Gabriel ha iniziato a lavorare molto giovane e ha aperto diversi negozi di abbigliamento infantile. Sua moglie è di San Juan, una provincia povera del nord. La storia di Karina comincia con la partenza dalla sua città natale, dove lascia la madre e gli altri sette fratelli per arrivare a Bahía. Qui trova lavoro in un locale notturno. In una di queste sere, conosce Gabriel, che la vede e decide di portarla con sé ad ogni costo.

    Karina ha avuto una vita difficile prima di conoscere il suo attuale compagno. Questa stessa durezza adesso la riserva per parlare della sua famiglia di origine che «non ha voluto cambiare il proprio destino», continuando ancora oggi a vivere nella villa miseria, la baraccopoli, in cui, lei promette, non tornerà più. Oggi Karina ha aperto un negozio tutto suo, ed è lei che si occupa di gestire gli affari della famiglia, organizzare i turni del giardiniere e della babysitter; guida sicura il suo SUV nuovo di zecca, per accompagnare i figli alla migliore scuola privata di Bahía.

   Anche Gabriel ha iniziato da zero: la sua era una vera passione, un intuito autentico per gli affari. Oggi però sogna l’Europa e mi riempie di domande, cerca di immaginarsi concretamente come sarebbe vendere i suoi vestiti oltreoceano. Avere una proprietà, un reddito e una sicurezza economica è però una condizione rara: non avere soldi da parte e non poter pianificare il futuro è molto comune. La maggior parte della classe media compra oggetti, vestiti, auto ma anche la spesa di tutti i giorni a rate. Le compagnie di credito fanno grandi affari, a volte rifinanziando i debiti con altre rate, ogni volta aggiungendo degli interessi e rendendo quasi impossibile estinguere completamente la somma dovuta. Dopo il 2001, l’anno fatidico della ormai nota crisi argentina, l’incertezza economica fa parte della vita quotidiana.

   Juan lavora per una di queste carte di credito a rate ma il suo sogno sarebbe quello di aprire un ristorante, visto che cucina benissimo. La sua compagna dice che non sa amministrare bene i soldi e gestire il personale. Pochi anni fa aveva aperto un parador, un ristorante sulla spiaggia a Montehermoso, una nota località turistica nella costa a pochi chilometri da Bahía Blanca. Lo stabilimento non funzionò e neanche il negozio di pesce surgelato all’ingrosso che aveva rilevato poco dopo ebbe fortuna. Per riconquistare la sua attuale compagna, ha deciso allora di cercare un lavoro sicuro e così è arrivato a vendere carte di credito e finanziamenti.

   Juan ha quattro figli, dei quali le prime due sono femmine, avute da altrettante diverse compagne e frutto di una fase complicata della sua vita. Per guadagnare qualcosa in più oggi presta anche pesos a conoscenti, chiedendo ovviamente un interesse del 20% in cambio. Ma Juan continua ad essere un sognatore, aperto e generoso. Anche lui fa progetti di un lungo viaggio in Europa, dove porterà la sua compagna e i suoi figli più piccoli. Per una volta ha deciso di pianificare tutto: sa già dove potrà comprare i biglietti, pagandoli a rate, ovviamente.

   Il cognato di Juan, Jorge ci viene a prendere su una camioneta ultimo modello, un pick-up. Tutti i bimbi ovviamente ci si fiondano dentro, mentre per noi rimane solo la vecchia Gol senza maniglie di Juan. In questa auto (grande circa come una Micra) in altri momenti ci siamo entrati anche in nove…ma va specificato, a onore del vero, che un paio di noi avevano circa due anni… Lo zio Jorge è agronomo e da alcuni anni è andato in pensione tenendosi una proprietà nella vasta pampa, un campo, un terreno dove oltre a coltivare cipolla, l’oro della zona, si allevano cavalli da polo. Il campo in Argentina è molto di più di una semplice campagna dove coltivare e allevare: la propria conformazione di ciascun terreno, le enormi distese e la tradizione fanno sì che chi ci lavora guadagni molto bene e abbia un futuro assicurato. Esistono programmi radio e canali di televisione dedicati, abbigliamento e accessori da manovali o stallieri, oltre ovviamente a tutti i macchinari specifici per i campi e gli animali. Anche nel centro di Bahía Blanca può capitare di incrociare un lavoratore del campo vestito con bombacha (un pantalone ampio ma stretto sulle caviglie), la boina (il basco) e la faja, una cintura di tessuto generalmente decorata con il motivo geometrico tipico della pampa. 

Arriviamo che è mattino, il cielo è azzurro nell’estate australe e la prima cosa da fare, guardando la distesa senza montagne, è bersi unos mates, il tè tradizionale dei gauchos (e non solo) e godersi lo spettacolo. Jorge ha chiamato a lavorare per lui la migliore domatrice di cavalli in circolazione, tanto che Eugenia ha allenato la federazione di polo argentina. Il loro metodo consiste nel rispettare la natura dell’animale, tanto che lo slogan recita infatti: «Chi mai si è conquistato un amico a colpi di frusta e speroni?». La doma naturale evita anche il morso in ferro e cerca di far ritrovare un’armonia tra l’uomo e il cavallo. La domatrice accarezza il cavallo prima sulla pancia poi arriva al collo, fino a quando questo contatto si trasforma nel punto di appoggio per salire sulla groppa dell’animale. La scena ha dell’incredibile, perché questa speciale relazione tra le due specie diventa quasi una danza.

   Inizialmente, si assiste ad alcuni spostamenti, ma la loro intesa porta il cavallo prima a sedersi a terra poi a coricarsi, mentre il domatore si stende di fianco a lui. Infine, si rialzano entrambi e la scena culmina con Eugenia dritta in piedi, sulla groppa del cavallo. Un’acrobata senza tendone da circo. Alcuni cavalli hanno pochissimi mesi di doma e, nonostante questo, riescono a seguire le indicazioni come se realmente si fidassero del loro domatore.

   All’ora di pranzo ci si prepara per l’asado. In questo caso si tratta di un vero asado patagonico dove la carne viene legata con fili di ferro su uno spiedo unico e poi cotta lentamente sul fuoco. Manca però da bere e le sigarette per l’asador! Allora un gruppo di noi parte in missione verso il piccolo paesino a una decina di kilometri dalla casa. Mayor Buratovich ha circa 5 mila abitanti di cui una parte sono immigrati peruviani che arrivano nella zona per la raccolta delle cipolle. A volte si sente di qualche accoltellamento, ma tutti si sbrigano a precisare che si tratta sempre di regolamenti di conti fra lavoratori peruviani. Quando lasciamo la macchina parcheggiata sotto una scarsa ombra, ho la sensazione di scendere da cavallo come un ultimo cowboy in un film di Sergio Leone. La strada sterrata e polverosa mi sembra più selvaggia della natura. Per le strade non c’è nessuno, solo qualche abitante addormentato davanti alla soglia di casa sua e il vento caldo e continuo che non abbandona mai la pampa. Compriamo quello che serve nel supermercato che sta chiudendo e ritorniamo per mangiare un colossale pranzo tardivo a base di carne e l’immancabile insalata.

Anziani, piccoli e giovani condividono il tavolo e la siestita pomeridiana alcuni coadiuvati da qualche birra in più…
Il weekend finisce e al tramonto i cavalli salutano il sole con le loro ombre scure.

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