Patagonia: i Mapuche resistono ancora «all’invasione di Benetton»

Santa Rosa di Leleque, un territorio di 535 ettari nel cuore della Patagonia Argentina, è la casa di una famiglia Mapuche impegnata in una grande lotta per riappropriarsi di terre che, come affermano loro stessi, gli spettano di diritto, scontrandosi così con uno dei marchi dell’abbigliamento più famosi al mondo

Frontiera: il limite immaginario tra il capitale e la tradizione (foto: Fabio Derrico)

Frontiera: il limite immaginario tra il capitale e la tradizione (foto: Fabio Derrico)

“Sono molti anni che cercano di scacciarci dalla nostra terra, con l’uso della forza fisica ed accampando i diritti di coloro che invasero i nostri territori,” dice Rosa Rùa Nahuelquir. “Però sappiamo che siamo più forti, perché la verità è dalla nostra parte e ci alzeremo per difenderla, non importa quanto ci costerà.”

Atilio Curiñanco e Rosa Rúa Nahuelquir entrarono nel territorio che ora si chiama Santa Rosa di Leleque, nell’agosto del 2002. Progettavano di tornare alle loro terre ancestrali e iniziare una nuova vita dopo tanti anni di lavoro nelle fabbriche di Texcom e di Frigorifico nel vicino paese di Esquel. E così iniziò una lunga battaglia legale con il gruppo Benetton, per un territorio di più di 535 ettari nella provincia del Chubut, Argentina.

La famiglia Curiñanco – Rúa Nahuelquir reclama questo territorio, affermando che parte di esso apparteneva ai loro avi prima della colonizzazione della Patagonia avvenuta nel XIX sec. Il gruppo Benetton, invece, pone l’accento sul certificato di proprietà della terra, emesso nel 1991, quando il gruppo acquistò più di 900.000 ettari dalla società britannica The Argentine sur Land Company Limited (CTSA).

Ricorda Atilio Curiñanco: “Abbiamo presentato una dichiarazione scritta al commissariato di Esquel, dopo esserci consultati con l’Istituto autarchico di Colonizzazione e Sviluppo rurale (IAC), che ha confermato verbalmente che lo spazio era pubblico e abbandonato da molti anni”. Secondo Atilio, molti altri contadini dei territori vicini si recavano in queste terre per raccogliere la legna. Terre assai polverose e battute da un forte vento, che richiedevano molto lavoro per poter essere coltivate. Tuttavia, solo pochi giorni dopo l’ingresso della famiglia nel suddetto territorio, la polizia ha aperto un indagine sul reato di usurpazione della terra e ed ha presentato una dichiarazione legale emessa dalla CTSA.

Nell’ottobre dello stesso anno, la famiglia Curiñanco – Rúa Nahuelquir venne sgomberata da Leleque con l’uso della forza, tutti i loro beni sequestrati o distrutti. Nel 2004, la famiglia si recò in Italia per incontrare Luciano Benetton, il quale offrì circa 2500 ettari di terra a tutte le comunità indigene della provincia, come donazione. “Ovviamente, rifiutammo l’offerta, in quanto Benetton non era nella posizione di donare qualcosa che non possedeva”, dice Rosa Nahuelquir, indignata.

A febbraio del 2007, la coppia rientrò a Leleque con altri 30 membri della comunità, iniziando a costruire una casa. La CTSA li accusò immediatamente di danneggiare il territorio, benché il tribunale penale abbia poi considerato illegittimo il reclamo presentato dall’azienda. Nei cinque anni successivi la famiglia ha dovuto far fronte a molte altre denunce penali da parte della CTSA, con accuse di distruzione della proprietà e ordini di sgombero, l’ultimo a febbraio di quest’anno. La famiglia ha sempre respinto le accuse, forte del proprio bisogno di coltivare la terra, allevare gli animali domestici e creare le condizioni di vita basilari per la sopravvivenza. “Come potrei lasciare che la mia famiglia muoia di fame per colpa della decisione di una persona crudele?” si chiede retoricamente Curiñanco.

Il caso “Mapuche vs Benetton” ha attirato l’attenzione delle organizzazioni mondiali e locali che si occupano di diritti umani, dei mezzi di comunicazione, dei partiti politici, e ha contributo a creare uno scomodo spazio di riflessione riguardo varie problematiche – dai conflitti per le terre al razzismo e all’uguaglianza.

Lo Stato argentino ha inserito nella propria costituzione i diritti delle popolazioni indigene solo nel 1994, con il riconoscimento de “la facoltà giuridica di queste comunità di possedere le terre che occupavano tradizionalmente”. Ciò nonostante, coloro che hanno cercato di esercitare questo diritto si ritrovano ad affrontare lunghe battaglie legali contro potenti nemici. Benetton è solo un altro nome di una lunga lista di imprenditori e personalità celebri che hanno partecipato al conflitto della terra contro il popolo Mapuche – tra cui Levi Strauss & Co, Gruppo Loma Negra, Jane Fonda, Ted Turner, Emanuel Ginóbili, Marcelo Tinelli, López Rey e molti altri.

Gli autori del rapporto annuale del 2013 pubblicato dall’Osservatorio dei Diritti Umani dei Popolo Indigeni (ODHPI), affermano che 347 persone Mapuche sono attualmente coinvolte in cause giudiziarie legate ai conflitti per la terra, nella sola provincia del Neuquén. “Loro [il governo] ci fanno sentire stranieri in questo paese, però, nello stesso tempo consegnano la terra agli stranieri!”, afferma Ruben Curricoy, attivista Mapuche di Bariloche.

Con le provincie che manifestano un disperato bisogno di investimenti stranieri, è difficile immaginare che i governi locali appoggeranno chi non ha intenzione di sfruttare le terra per interessi commerciali, come la comunità Mapuche, la cui filosofia si basa sulla protezione della Mapu, la terra.

La condivisione è uno dei valori fondamentali per i Mapuche – nella lingua Mapusungun non ci sono parole come “no” o “proprietà” – e questo complica ancor di più i conflitti per la terra portati avanti dalla comunità Mapuche. “Non abbiamo atti di proprietà, dato che non ne esistono per quello di cui abbiamo bisogno”, spiega Ruben Curricoy. “Ci hanno offerto lotti individuali, ciò implica maggiori tasse e molte restrizioni. D’altro canto, la proprietà individuale va contro la nostra filosofia di vita comunitaria”.

Secondo i Mapuche, un “certificato di proprietà comunitaria” dovrebbe comprendere tutti i membri della comunità e non permettere la vendita della terra. Tutti i titolari di questo tipo di proprietà godono degli stessi diritti e delle stesse possibilità di utilizzo della terra. Considerato che nei Mapuche la leadership è considerata in senso orizzontale, nessuno ha privilegi speciali nel processo decisionale e nella distribuzioni dei beni.

Coloro che visitano la comunità Mapuche a Leleque sono sempre benvenuti. “Riceviamo visite da ogni parte del mondo”, ricorda Rosa Rúa Nahuelquir, “giornalisti, attivisti per i diritti umani, artisti e un sacco di polizia”. Su questa ultima parola sorride ironicamente. “Le nostre porte sono aperte a tutti, non importa se chi entra è Mapuche o è un uomo bianco e non sappiamo mai per certo se possiamo fidarci dei nostri visitatori. Però lo facciamo ugualmente, non impariamo mai dai nostri errori…”.

Per Gustavo Macayo, ex avvocato della famiglia Curiñanco – Rúa Nahuelquir, il caso di Benetton è particolarmente importante per la sensibilizzazione riguardo la lotta Mapuche. “Questo caso ha messo in luce che la proprietà straniera della terra è un punto molto importante ed ha aperto profonde domande sulla società argentina, domande che non erano mai state poste”. D’altra parte, secondo Macayo, le questioni storiche, etiche e giuridiche sono sempre state occultate e messe a tacere prima che si affermasse l’interesse legale riguardo il caso di Leleque.

Leleque oggi rappresenta un luogo, dove due civiltà si stanno scontrando con le proprie differenze fondamentali. Da una parte c’è il proprietario di una grande multinazionale con una rete di oltre 6.500 negozi, con un fatturato di 2 milioni di euro annui, e più di 900.000 ettari di terra patagonica. Dall’altra parte c’è la comunità Mapuche, che crede in un stile vita comunitario e semplice, auto sostenibile.

“Negli ultimi dieci anni abbiamo osservato come Benetton abbia cercato di evitare questo problema e di presentarlo come un fatto di piccola entità e di poca importanza. Credo che continuerà a seguire questa strategia”. Macayo parla del futuro della causa. “I Mapuche faranno tutto il possibile per mettere in luce i problemi, a partire da quello fondamentale – la colonizzazione”.

Nel frattempo, la famiglia Curiñanco – Rúa Nahuelquir è coinvolta in un’altra querela penale presentata dalla CTSA, che adesso ha preso di mira l’INAI, un’istituzione che lavora con i popoli indigeni, e fornisce supporto legale alla famiglia Mapuche. Per il momento la causa è al vaglio della Corte Suprema e, data la sua complessità, i tempi potrebbero dilatarsi di due o tre anni.

“Ovviamente continueremo a lottare, non un passo indietro”, Curiñanco ribadisce la sua posizione. I suoi occhi brillano e la sua voce diventa più forte. “Questa è la nostra terra e noi ne siamo i responsabili. Ci ha dato talmente tanto che sarebbe un crimine non prendersi cura di lei…”.
Traduzione: Raoul Resta
raoresta@gmail.com

3 Commenti

  1. antonio scrive:

    la storia si ripete sempre, e dimostra il serpente che si morde la coda, cosi facendosi male da solo , colpa del egoismo ,del potere io te lo compro o te ne vai otterrò lo stesso ciò che voglio, la legge del più forte ,e magari sono persone che vanno regolarmente in chiesa e predicano l’vangelo ,vergognarsi devono, rubbare al povero non sara mai superato resta nel DNA umano , mà non capiscono che c’è terra per tutti e tanta abandonata senza padroni , il potere da alla testa basta avere un pò di soldi in più e si è padrone di tutto , epure tutti si ritroveranno allo stesso posto il giorno della fine della vita, che pena fanno queste persone…

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