No: una campagna cilena alla notte degli Oscar

Opera matura di uno regista giovane, No arriva alla notte delle stelle con tutta l’originalità che contraddistingue le opere di Larrain: come convincere le persone a votare NO, senza preoccuparsi del perchè

Gael Garcia Bernal nella locandina di No (foto: la rete)

Gael Garcia Bernal nella locandina di No (foto: la rete)

Comunque andrà domani al Dolby Theatre di Hollwood, Pablo Larrain sarà ad ogni modo arrivato dove nessun cileno era arrivato prima d’ora: a disputarsi il premio cinematografico più chiaccherato che esista al mondo. Al secondo tentativo personale, nel 2009 il suo Tony Manero era stato preselezionato, ma non aveva poi ricevuto la nomination, No è il primo film cileno ad approdare alla notte degli Oscar e a sognare di riportare a casa il riconoscimento destinato al miglior film girato in una lingua diversa dall’inglese.

Al di là dell’Oscar, che sicuramente non è un festival più importante di altri, cui il 36enne di Santiago ha partecipato in giro per il mondo con questo e altri lavori (Venezia, Cannes, L’Avana solo per citarne alcuni), No è probabilmente l’opera che segna la sua maturazione e che lo consacra come uno dei registi più interessanti della scena latinoamericana.

Gael Garcia Bernal è René Saavedra, un pubblicitario figlio di esiliati in Messico – così si giustifica l’accento dell’attore messicano, che comunque si muove bene anche con lo spagnolo del luogo – che torna in Cile negli anni ’80 con i militari ancora al governo. Nel 1988, quando le forti pressioni internazionali, Stati Uniti in testa, obbligano la dittatura a darsi un volto democratico e a indire un referendum pro o contro Pinochet, René viene coinvolto, quasi per caso, nella campagna per il No.

Tratto dall’opera teatrale Il plebiscito, di Antonio Skarmeta, il film ripercorre il processo creativo della campagna cui venivano concessi 15 minuti al giorno e in orari poco favorevoli all’interno del palinsesto pinochettista e che ha portato contro ogni pronostico all’affermazione del No.

Larrain ricrea gli anni ’80 in maniera impeccabile. Molti protagonisti dell’epoca hanno prestato il loro volto per le scene di ficcion, tra di loro anche l’ex presidente democristiano Patricio Aylwin. Finzione e immagini di repertorio si mescolano continuamente sullo schermo. La fotografia eccezionale fa sì che siano i visi a tradire i 24 anni passati tra la campagna per il No e le riprese del film.

Ma No non è un documentario. In primo luogo ci interroga sulla politica come prodotto. Il conflitto del lavoro di Larrain si trova proprio nella battaglia che si scatena tra i partitari dei contenuti politici e i pubblicitari. Saavedra non si interessa di politica. Nonostante sia figlio di esiliati vede il No come un marchio che deve vendere più del Sì. I creativi sono con il No, questo fa la differenza. Non i desaparecidos, non le torture, non il bombardamento della casa presidenziale e nemmeno i detenuti politici dello stadio Nazionale. La campagna pro Pinochet è debole e ridicola, ma non sul piano politico. Sul piano pubblicitario. Pinochet non è un buon testimonial, non perché sia il dittatore.

A due anni da Post Mortem, in cui ha guardato al colpo di stato dell’11 settembre 1973 da un punto d’osservazione originalissimo, l’autopsia del presidente Salvador Allende, Larrain torna a misurarsi con il pinochettismo, anche se con l’altro estremo temporale. Con la sua caduta formale. Figlio dell’ex presidente dell’Udi, il partito della destra pinochettista, e di una ex ministra del governo Piñera, anche lei in quota Udi, Larrain ritorna a fare i conti con il passato recente che confluisce senza troppi strappi nel presente del suo paese, ma anche con la sua storia personale.

1 commento

  1. Titi scrive:

    Esta resena me dio una gran gana ver esta pelicula

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