Libri: Cacucci rispolvera i ricordi del Messico

La polvere del Messico, una perigrazione in lettere attraverso il paese perfetto in cui fuggire, in cui smarrirsi e in cui dismettere le proprie preoccupazioni, portati per mano uno degli scrittori italiani che più amano l’America Latina. Pino Cacucci in un’esplorazione intima attraverso i bar dell’anima, in cui ordinare sempre un bicchierino di sè, scolarlo, conoscersi meglio e darsi meno importanza

Un paese innanzi, come un libro aperto (foto: la rete)

Un paese innanzi, come un libro aperto (foto: la rete)

Pino Cacucci non ha bisogno di presentazioni, è uno scrittore dal talento riconosciuto e assolutamente meritato. In questo libro, La polvere del Messico, ci parla del suo peregrinare per le strade del paese di città in città, su autobus sgangherati o alla ricerca di una tanica di benzina per non doversi preoccupare di come arrivare a destinazione. Quello che importa però – come spesso al contrario capita – non è per nulla il viaggio in sé, lo spostamento, quanto proprio questa destinazione. L’arrivare fra la gente e vivere con loro, passare di cantina in cantina a bere mezcal o più semplicemente la visita ad una Casa Infinita o ad una città disabitata.

In primo piano ci sono le storie del Messico, le sue leggende e i suoi riti – basterebbe leggere le poche pagine di La flor de los muertos per rendersi conto di quello di cui parlo – dei quali Cacucci però è solo il tramite fra di noi e la viva voce di coloro che sono i veri protagonisti del libro, proprio i messicani.

Questo è forse il più grande merito dell’autore: essere un mezzo potente per farci arrivare loro, senza nozionismi di sorta o stratagemmi per rendere il racconto avvincente. Non entra nei panni del professore per spiegarci motivi e cause della vita latina, ci fa notare solamente che «i superficiali cromosomi europei sono ormai troppo lontani da quelli latini, per capire certe similitudini».

La polvere del Messico è anche un libro intimista. Intimista perchè il viaggio non è tanto quello materiale dei posti vissuti – ancor meglio che visitati – quanto quello delle sensazioni sprigionate che l’autore ci rimanda con semplicità, rifiutando qualsiasi tipo di prosa aulica e che per questo ci appaiono vere. Parole alle quali credere ciecamente, nelle quali confidare. Così quando un amico di un’altra era fa per abbracciare l’aria di Oaxaca siamo noi che abbracciamo l’aria di Oaxaca, o che scendiamo fra i polverosi ciottolati, o che addestriamo galli da combattimento; tanto che la respireremo quell’aria, ci puliremo la faccia per levarci quella polvere dagli occhi e ci prenderemo cura di quei galli da combattimento. E chi fra di noi saprà apprezzare tutto questo, insieme a loro, diventerà a sua volta un po’ latino.

Daniele Carpi ha scritto questa recensione per il suo blog, Outspoken Power, dove troverete molto altro materiale interessante sull’America Latina e sulla libertà di pensiero, i diritti delle genti e la sensibilità umana in generale.

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