Il Carcere del Pueblo: La casa fantasma che custodisce la storia dell’Uruguay

Una villetta a schiera in una zona residenziale di Montevideo nasconde il momento in cui il paese fu sull’orlo di una Rivoluzione, il momento in cui invece un guerrigliero tradì i suoi compagni e la fece finire, un mese dopo il giorno in cui questi avevano suonato la carica contro lo Stato conservatore, disposti a vincere o morire

Lotta armata: i Tupamaros e il Carcere del Pueblo (foto: sinestribos)

Lotta armata: i Tupamaros e il Carcere del Pueblo (foto: sinestribos)

Se c’è un giorno in cui la storia contemporanea dell’Uruguay è cambiata, questo è certamente il 14 aprile del 1972. Se c’è un uomo che rappresenta questo cambiamento, costui è senza dubbio Amodio Perez. Se c’è un posto, invece, be’, allora bisogna andare per forza in via Juan Paullier a Montevideo, quasi all’angolo con la strada Charrua. Qui, in questa casetta elegante, ma modesta. Con gli scuri sempre chiusi, tra un meccanico di motociclette e un’altra abitazione quieta, vivono due agenti segreti. Qui, quarant’anni fa, i guerriglieri del Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros vi installarono la più importante delle loro prigioni segrete. La chiamarono il Carcere del Pueblo, ci ficcarono la maggior parte dei loro prigionieri e ci spararono anche gli ultimi colpi della loro rivolta. 

Il motivo per cui questa sia la più importante, tra centinaia di prigioni le cui sbarre hanno cigolato durante la Guerra Sporca, tanto nelle segrete delle caserme, come negli affitti della sedizione, in insospettabili zone residenziali, è il fatto che, una volta scoperta, i Tupamaros come gruppo armato non esistettero più. E poi, non solo questo. C’è anche il fatto che qui furono prigioniere le loro prede più illustri e che, sempre in questo luogo, si consumò la frattura che li divide tuttora, sebbene, dal 1971 (a dire il vero) siano un partito politico legale, si chiamino Frente Amplio e governino il paese da un paio di mandati.

La loro organizzazione clandestina era nata attorno al 1965, con l’idea di fare la rivoluzione. Il modo in cui farla era all’inizio indefinito, perché facevano parte del gruppo le ideologie più diverse della sinistra. Con il tempo, però, si schiarì la visione nel mirino, l’idea marxista si impose alle altre e anche gli obiettivi diventarono nitidi: politici, imprenditori, torturatori, sale da gioco per finanziare le operazioni, militari, agenti segreti, editori di giornali, fotografi spioni e anche qualche bracciante agricolo e qualche operaio, finiti accidentalmente sulla traiettoria dell’uomo nuovo. 

Nel Carcere del Pueblo, per esempio, si accedeva, secondo le impressioni di un cronista de El Pais di Montevideo, che fu invitato a visitarlo poco dopo la retata che vi pose fine, «alzando una botola nel sottoscala del garage inizialmente impercettibile, calandosi per un pozzo, sopportando un calore denso che preme il volto e strisciando per un pertugio oscuro lungo circa 4 metri e in cui solo un bambino avrebbe potuto camminare». Attraverso queste angustie furono portati e poi tenunti in ceppi per mesi (e certuni addirittura più di un anno), personaggi considerati simbolici, strategici o semplicemente colpevoli dai guerriglieri. 

Fu per esempio il caso dell’ambasciatore inglese Joffrey Jackson. Del presidente della statale elettrica Ute, Ulysses Pereira Reverbel, del ministro dell’Agricoltura, Carlos Frick Davies, del banchiere Giampietro Pellegrini, del console del Brasile: erano le vittime del piano detto Los Chanchos, letteralmente I Porci, iniziato nel 1970 allo scopo di accendere il faro dell’opinione pubblica su alcune situazioni contingenti: la dittatura in Brasile, la complicità del governo Pacheco, le torture della Cia in Sudamerica, eccetera. Al margine di tutto questo, però, continuava il versante frontale della lotta armata e con questo si arrivò al giorno più significativo della storia uruguaiana recente.

Il 14 aprile del 1972 la Columna 15 dei Tupamaros diede in inizio a quattro operazioni d’attacco simultanee, tutte dirette contro squadre di parapolizia messe in strada dalle Forze Armate e della stessa Pubblica Sicurezza. Quel giorno, morirono sei persone in diversi luoghi del paese: 4 militari e due militanti. L’affronto non sarebbe stato perdonato facilmente dalle autorità e la controffensiva non si fece aspettare, per questo arriviamo all’uomo che con la sua debolezza, fu il più importante di tutti: Amodio Perez. 

Nei giorni seguenti il 14 aprile, i militari uccisero ed arrestarono molti e importanti Tupamaros. Tra loro, cadde prigioniero anche Eleuterio Fernandez Huidobro, uno dei leader storici. Un mese e 13 giorni dopo, toccò ad Amodio Perez. Amodio Perez fu catturato e interrogato, non resistette alla tortura e parlò? O invece Amodio Perez aveva paura e convinse la sua compagna, anche lei tupamaro, a costituirsi e collaborare? Oppure dobbiamo credere a quel che dice di sé lo stesso Amodio Perez e cioé che lui da tempo contestava la linea strettamente verticistica dell’organizzazione, il fascismo insito nel loro comunismo, si oppose, fu minacciato di morte e per aver salva la vita, non poté far altro che cercare aiuto ed esilio dai colonnelli? 

A torto o a ragione, Amodio Perez disse dove si trovava il Carcere del Pueblo. Quando le cosiddette Forze Congiunte di soldati e poliziotti arrivarono in via Juan Paullier, quasi all’angolo con strada Charrua, i Tupamaros che erano dentro si spaccarono sotto il fendente d’Amodio Perez. Alcuni di loro credettero che fosse tutto perduto e proposero d’arrendersi. Altri, soprattutto donne, invece no. Erano infuriate dall’assalto al mondo del 14 aprile, per questo sputavano, insultavano con le peggiori parole i loro compagni e gridavano che bisognava sparare subito a Pereira Reverbel e Frick Davies e poi sparare anche agli sbirri attraverso le finestre. Ma come spesso accade nella storia, e questa lo si è detto, è storia, non fu data ragione alle donne: vinse il partito della resa. 

Pochi giorni fa, il ministero della Difesa, che da quel giorno è il proprietario dell’immobile e che vi ha alloggiato le due innocenti spie che sono attualmente alle sue dipendenze, ha annunciato di aver ceduto tutto al Municipio della capitale, perché questo faccia un museo dell’ex Carcere del Pueblo, un museo che ricordi il luogo, il tempo ed anche gli uomini. «È un pezzo importante della nostra storia nazionale», ha spiegato il ministro, Eleuterio Fernandez Huidobro, uno di quelli che conosce bene quel posto, quel 14 aprile e il nome di Amodio Perez.

1 commento

  1. tonino cavallari says:

    molto interessante. non conoscevo questa parte di storia. grazie

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