Gabo nell’Olimpo: buon viaggio, maestro

Ieri è morto a Città del Messico Gabriel Garcia Marquez, adorato autore di molti capolavori e inventore di un genere letterario. Unendosi al cordoglio mondiale, Pangea ripubblica l’articolo che gli aveva dedicato in occasione del suo 87esimo compleanno, l’ultimo. Adios, pluma dorada.

Allegria: Gabo ci avrebbe voluto felici (foto: la rete)

Allegria: Gabo ci avrebbe voluto felici (foto: la rete)

«Molti anni dopo, davanti al plotone d’esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia avrebbe ricordato quel pomeriggio remoto, in cui suo padre lo portò a vedere il ghiaccio. Allora, Macondo era solo un villaggio di venti case di fango e canne, costruite sulla riva di un fiume dalle acque chiare, che caracollavano per un letto di pietre lisce, bianche e grandi come uova di dinosauro». Gli esperti che vedono nella letteratura una selva di significati ulteriore al piacere di leggere, ci spiegano che con un inizio così, Gabriel Garcia Marquez ha voluto dire fin da subito che in Cent’anni di solitudine c’è da aspettarsi una storia di andirivieni nel tempo e accadimenti sensazionali. La scena, infatti, si svolge nel futuro, ma Aureliano pensa al passato e ricorda il prodigio di una cosa banale quale è il ghiaccio, se mostrata in un luogo caldissimo come Macondo.

Quello che però sicuramente non i critici (visto che non ne hanno mai scritto), probabilmente non i lettori e forse nemmeno Gabo Marquez avevano osservato, è che questa frase inaugurale svelava oltre a ciò che era voluto, anche un sortilegio di cui quel villaggio non si è ancora del tutto liberato: l’acqua, che nel libro scorrerà spesso e a lungo (salvo poi scomparire per epoche altrettanto enormi, in cui i passeri moriranno in volo per il gran caldo), sarà per sempre un bene scarso, incastrando i suoi abitanti, persone o personaggi che siano, nella perenne schiavitù di una risorsa assente o eccessivamente presente.

Macondo, che in realtà di nome fa Aracataca e viene detto Cataca dal vicinato, è un villaggio montano della Colombia settentrionale, fondato in riva al fiume omonimo e noto al mondo per due soli fatti rilevanti, accaduti, secondo una concezione fantastica delle cose, nel corso dello stesso anno. Il 6 marzo del 1928, nacque in una casa grande di questo paesello il Premio Nobel per la letteratura Gabriel Garcia Marquez e, di lì a qualche mese, i soldati del despota locale, general Carlos Cortez Vargas, firmarono con le loro mitragliatrici l’episodio che gli storici colombiani chiamano la Strage di Aracataca e che consistette nell’uccisione indiscriminata di centinaia di operai della bananera United Fruit, in sciopero da quasi quattro settimane.

In realtà, i biografi di Gabo, come Dasso Saldivar, hanno da tempo scoperto (e suo fratello Luis Enrique lo ha confessato), che il grande scrittore è nato nel 1927 e ha passato la vita a dire di essere di classe ’28, per il vezzo di dichiararsi figlio di quel sacrificio di braccianti a cui dedica 4 pagine del suo romanzo più riuscito. D’altra parte, dopo aver sparato sulla folla, degnamente immobile nella piazza di Cataca, Cortez Vargas avrebbero fatto sapere che le vittime della mattanza di cui ancor oggi è difficile stabilire il numero reale, erano state solo 9: una per ognuno dei reclami che i loro sindacati avevano presentato alla United Fruit. Mettendo queste due falsificazioni a confronto, è facile capire per noi posteri, come nella zona di Macondo sia permesso ritoccare i numeri, se questo serve a creare una coincidenza degna d’esistere.

Chi ci abita lo tiene sempre bene a mente, così come ha imparato a ricordare che spesso c’è più realtà in una finzione letteraria, che in una verità di Stato. Tra gli esempi che più si accomodano al primo caso, c’è di certo il fatto che nel libro di Garcia Marquez i fondatori di Macondo siano un gruppo di pellegrini che viaggia in cerca del mare e, rassegnati all’impossibilità di trovare l’acqua, decidano di piantare le tende in riva a un fiume. In quanto al secondo, si possono citare le sei volte in cui si è iniziato a costruire l’acquedotto di Aracataca e le altrettante volte in cui i lavori sono naufragati nelle nebbie della corruzione caraibica.

Nello stesso posto in cui è successo tutto questo, è comparso pochi giorni fa Luis Felipe Henao, ministro per la Casa e le Questioni Locali del presidente colombiano Manuel Santos, nonché, con soli 33 anni, uomo giovane del suo gabinetto di destra. In barba ai precedenti di fallimenti e magia che vanta la località in questione e parlando dalla casa-museo dello stesso Gabo Marquez, Henao ha detto che nel corrente mese di marzo 2014 arriverà finalmente l’acqua ad Aracataca, concludendo quella che ha definito «una vicenda macondiana», frutto di «anni di mal governo colombiano». Se fosse vero, i locali passeranno dall’umiliante condizione di avere solo quattro ore di acqua non potabile la settimana, al decoroso sevizio di 12 ore al giorno di acqua chiara, bevibile e continua.

Ma c’è da crederci? Se fossimo abitanti di quel posto in cui José Arcadio Buendia, «l’uomo più intraprendente del paese», aveva disposto le case «in modo che tutti gli abitanti potessero arrivare facilmente al fiume e rifornirsi d’acqua senza alcuno sforzo», dovremmo per forza tener conto degli avvertimenti scritti nei Cent’anni di solitudine e diffidarne. Sarà anche una lettura semplicistica, ma quando lo stesso José Arcadio uccide Prudencio Aguilar, accecato dall’insulto sulla sua presunta impotenza che questo gli rivolge dopo aver perso un combattimento di galli, il fantasma del morto torna poi a perseguitarlo, cercando e non trovando mai un po’ d’acqua per bagnare la pugnalata al collo che gli fu fatale. E quando il capostipite dei Buendia esasperato, decide di abbandonare Macondo, la moglie Ursula impietosita dalla dannazione del fantasma, sparge per la casa decine di ciotole piene.

Più avanti, poi, l’orfanella Rebeca arriva stanca e affamata a casa di José Arcadio, tace, mangia la terra in segreto e rifiuta il cibo offerto, tanto, che si arriva all’estremo di crederla sorda. Una prospettiva che viene scongiurata però quando le si chiede se ha sete e lei alza lo sguardo e annuisce. D’altro canto, quando lo zingaro e superstite di una prima vita finita a Singapore, Melquiades, torna a Macondo e cura tutti dalla peste, ottenendo così il permesso di restare, si pronuncia una frase marmorea: «Somos del agua». Siamo dell’acqua, dice il nomade autore delle pergamene che sveleranno la condanna dei Buendia a un intero secolo d’isolamento, e poi muore affogato.

Ma oltre a questo, c’è un ragionamento che supera la mera questione dell’acqua e che Gabriel Garcia Marquez inserisce tra le righe dei Cent’anni: l’azione dell’uomo sulla natura, solo porta alla catastrofe. Lo hanno notato le ricercatrici Delamuta, Engel e Adoue nel loro lavoro comparativo tra il romanzo e la realtà della Strage di Aracataca. La compagnia americana United Fruit aveva portato progresso tecnologico nei monti di Macondo, un’evoluzione che si manifesta con la comparsa del treno e a cui fanno da controparte le meccaniche delle mitragliatrici di Cortez Vargas.

Nelle pagine del libro, quando José Arcadio Segundo perde i sensi nella sparatoria in piazza e si sveglia da unico superstite (oltre al bimbo che aveva tenuto in spalla) in quello stesso convoglio che aveva portato a Macondo centinaia di operai e ora li riporta indietro tutti e tremila, morti per mano del loro datore di lavoro, incomincia un diluvio che durerà più di 40 giorni. Sotto le lacrime che gli innocenti riuscirono a non piangere davanti ai loro assassini e che un cielo impietosito ora piange per loro, il placido gemello che aiutava in parrocchia dovrà camminare 3 ore e a lungo poi dovrà brigare per non vivere coi vestiti bagnati. 

Nella realtà, le grandi piogge del 1932 causarono alluvioni in varie zone della Colombia, ma ad Aracataca toccò la parte peggiore. Per irrigare, la United Fruit aveva fatto deviare il fiume che dava il nome al paese, oltre al San Joaquin e all’Aji, situazione che portò a una catastrofe climatica, a una nuova tragedia umana e al ritiro della compagnia da quelle terre.

Ora che a Macondo arriva l’acquedotto vien da chiedersi se le implicite profezie di Gabo Marquez, che oggi compie 87 anni secondo l’anagrafe del posto e 86 per la sua personale visione dei fatti, non debbano essere considerate valide. In fondo, la Colombia è il sesto Paese al mondo per risorse idriche, ma il 50% delle sue acque sono di cattiva qualità. Lo dice il Ministero dell’Ambiente e il suo più grande scrittore dice: «La stirpe condannata a cent’anni di solitudine, non avrà altra opportunità su questa terra». Speriamo abbia torto, infondo sono tutte finzioni.

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano Il Manifesto.

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