Fotografia: Tina Modotti, l’italiana che amò il mondo fino a conquistarlo

Con le foto di questa donna universale, la sezione culturale di Pangea ritorna nel tempo e nel posto in cui fu la rivoluzione messicana, una rivoluzione contadina, filtrata da una lente rivoluzionaria

Suolo: il contatto tra Tina e il mondo diede sempre come risultato una rivoluzione (foto: Edward Weston)

Suolo: il contatto tra Tina e il mondo diede sempre come risultato una rivoluzione (foto: Edward Weston)

Nacque ad Udine circa centovent’anni fa, quel sogno italiano che volle usar la sua vita per esaudire i sogni degli altri e che nel farlo, si trovò ad attraversare il cuore della storia popolare di questo mondo e del suo tempo. Sebbene Tina Modotti sia stata attrice, modella, fotografa e per alcuni anche una spia russa, la professione che più l’ha segnata nell’arco dei suoi 48 anni di vita, fu certamente quella di rivoluzionario.

Il suo essere fotografa, pratica che la rende famosa, esposta e studiata, non fu mai altro che un mezzo per darei ai deboli e agli emarginati quel pezzo di vita che gli fu sempre negato. Tant’è, che dopo aver lasciato l’Italia ed essere arrivata, dopo varie peregrinazioni, passate anche per gli Stati Uniti, al Messico della rivoluzione contadina, mise le capacità apprese dallo zio fotografo di famiglia e dal marito fotografo famoso Edward Weston al servizio della causa e, con l’ingrediente detonante del suo gusto personale, superò il maestro, che pure l’aveva ritratta nuda in modo verticale ed allucinante, diventando l’emblema di una condizione, quella bracciantile ed operaia, che ha segnato e segna l’America Latina come i crateri fanno con la Luna.

In quell’epoca in cui il Messico fu la patria di un utopia forte come la bestemmia, Tina entrò come cittadina sognatrice e fu cacciata come clandestina dello status quo, da quei poteri conservatori che tuttora affligono la sua terra. Nel mezzo, si incontrò con alcuni dei più alti monumenti al socialismo politico ed artistico che il Novecento abbia ricordato: i muralisti David Alfaro Siqueiros e Diego Rivera, la fidanzata del secondo e pittrice geniale Frida Kahlo, il capo del patrito comunista studentesco cubano Juan Antonio Mella, i suoi pari messicani Xavier Guerrero e Vittorio Vidali. Il cineasta russo Mihail Eisenstein.

Con questa gente scambiò arte, prestandosi come modella fotografica e pittorica, o rappresentandoli nelle sue foto, e scambiò pure sentimentalismi, amando liberamente senza troppa borghesia. Ma questa classe e quelle a lei superiori non tollerano chi fa indiscriminatamente: nel 1930, Tina fu cacciata dal Messico con l’accusa di aver cospirato contro il presidente Pascual Ortiz Rubio. Ovviamente non c’entra niente, era solo un personaggio scomodo perchè intelligente, bello e dotato di parola.

Di nuovo in viaggio, dopo aver appoggiato Sandino in Nicaragua e aver fondato il primo comitato anti-fascista italiano, ripara in Germania e poi nella Russia Sovietica. Qui entra a far parte delle Brigate Internazionali e si imbarca per una nuova rivoluzione ed una nuova terra.    Arrivata a Mosca con il nome di Tina, sbarca in Spagna con quello di Maria, in forza al V° Reggimento Repubblicano. Da quanto è arrivata in Euoropa ha smesso di fare foto, in una lettera a Weston, che le rimase legato nonostante il tempo e le azioni, scrive che in questi posti è pieno di fotografi, che non sente il bisogno di fare foto a sua volta. Aggiunge che gli stessi operai hanno macchine fotografiche e non pretende di rappresentare meglio di loro la povertà e il proletariato. Allora cucina, lavora, combatte.

La sua morte avverrà in circostanze misteriose. Tornata in Messico nel 1942, viene colpita giovane da un infarto mentre viaggia in taxi dopo cena. C’è chi dice che fosse uno strascico della sua attività di spia. Che sapese troppe cose, tra cui una in particolare: che il leader comunista Xavier Guerrero aveva mandato ad ammazzare il muralista comunista Diego Rivera. Il poeta comunista Pablo Neruda sputò su queste accuse e scrisse l’epitaffio di Tina, che a un certo punto dice: «Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, schiuma. Con l’acciaio, la linea e il polline si è costruita la tua ferrea, la tua sottile struttura». Restano, in bianco e nero, alcuna delle sue occhiate al mondo, che certatemente s’innamorò perdutamente di lei:

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