mercoledì 15 ago 2018

Consumo Umano: intervista ad Alessio Ortu, ritrattista dei fumatori di crack brasiliani FOTO

Un anno tra gli «sconvolti estremi» della tossicodipendenza, un anno nel centro di una delle metropoli più grandi al mondo: San Paolo. Un anno di lavoro, coronato dall’esposizione dei suoi ritratti nella galleria M55 di New York. Parla l’autore, il fotografo italiano Alessio Ortu

Alessio, abbiamo visto che parte del tuo lavoro fotografico Simulacrum Precipitii sul consumo di crack in Brasile è stato esposto in una galleria d’arte di New York, sei contento?

Molto.

Consideri che questo sia per il momento il punto più alto della tua carriera?

Al momento si.

Che cosa significa il titolo in latino? Ha a che vedere con le sensazioni che genera il consumo di crack?

Il titolo significa “L’immagine dell’abisso”. No, ha a che fare con la sensazione che ho avuto camminando tra di loro. E le iniziali delle due parole sono le stesse di São Paulo.

Quanto tempo ci hai messo a produrre la serie?

Circa un anno.

Di questo periodo, quanto tempo hai dedicato a scattare le foto e quanto all’editing, lo sviluppo, insomma qual’è il tuo metodo di lavoro?

Scattavo le foto circa una volta a settimana per 3 o 4 ore di seguito. All’editing tantissime ore ogni settimana per scegliere il materiale di volta in volta. Ma quasi niente al retouching, che ho tenuto davvero al minimo indispensabile.

Ci puoi raccontare, sempre che ce ne sia stata una, se sei stato obbligato a fare una scelta nella selezione dele immagini, per esempio se hai escluso foto di un certo tipo per imporre una continuità stilistica alla serie?

Ho escluso molte belle foto a colori per mantenere una unita’ stilistica. Inoltre ho messo da parte temporaneamente le foto dei luoghi dove queste persone si aggirano. Forse le utilizzero’ in un secondo momento.

Che macchina fotografica hai usato e che obiettivi?

Nikon d700, Nikkor 50mm f/1.4

Perchè hai scelto inquadrature strette, escludendo spesso l’ambiente circostante?

Sin dall’inizio avevo deciso di concentrarmi su volti e mani, che penso meglio ritraggano la sofferenza e le deprivazioni. Sul campo poi, e’ stato quasi automatico, ho dovuto stare a breve distanza da loro mentre gli spiegavo il mio progetto e le mie motivazioni, percio’ ho continuato a mantenere praticamente la stessa distanza anche mentre scattavo. Nel frattempo, ogni tanto gli facevo anche delle domande, gli chiedevo di raccontarmi le loro storie, etc, per cui funzionava, sia dal punto di vista logistico, sia, come subito ho capito guardando le prime foto, dal punto di vista della qualita’ e della potenza delle immagini.

Perchè hai scelto il bianco e nero?

Lo ritengo piu espressivo per questo tipo di reportage. I colori a volte distraggono.

È stato difficile entrare in contatto con le persone che ritrai?

Solo in un primo momento. Poi ho capito come muovermi e come parlargli.

Mentre lavoravi a Simulacrum, il rapporto con i tuoi soggetti è andato oltre quello fotografico? Per esempio, è nata qualche amicizia?

No, non credo sia possibile sviluppare alcun tipo di amicizia con queste persone, sono troppo sconvolte e vivono in maniera troppo estrema, non era poi quel che cercavo da questa esperienza. Ho avuto dozzine di conversazioni interessanti però.

Ci racconti un aneddoto curioso che ti è successo mentre realizzavi il lavoro?

A volte, iniziavo col fotografare una o due persone, che finito se ne tornavano all’ “accampamento”. Probabilmente raccontavano quel che era appena successo agli amici. Cosi succedeva che arrivavano ondate di drogati, a due a due, o a tre a tre, che volevano essere fotografati, cosi si creava una specie di fila scomposta e rumorosa di 5-6 persone alla volta, che litigavano perche tutti volevano essere i primi a esser fotografati, il che era divertente e inquietante allo stesso tempo, per cui dedicavo al massimo uno o due minuti a personaggio quando questo succedeva.

Pensi che le tue fotografie abbiano una funzione nella società, al di là della loro carica estetica, come per esempio quella di migliorare la condizione degli emarginati che hai ritratto, o sensibilizzare un pubblico lontano da queste realtà?

Non ho la pretesa di migliorare le condizioni di vita di queste persone, penso sarebbe gia’ un traguardo enorme se chi le guarda venisse a conoscenza che questo problema esiste e/o si sensibilizzasse a tal riguardo.

Credi che la diffusione di fotocamere digitali sempre più sofisticate nei telefoni cellulari e in altri apparecchi faccia bene o male alla qualità generale della fotografia?

A patto che chi va in giro a fare foto con l’i-phone o l’i-pad non abbia pretese artistiche, puo essere una cosa positiva. Purtroppo ora chiunque si sente un fotografo.

Che consiglio daresti a una persona che vuole iniziare ora a fare fotografia documentaristica?

Cercare prospettive nuove per ritrattare argomenti abusati, o cercare il non visto, il nascosto, il dimenticato, storie all’apparenza piccole e insignificanti che possono pero’ assumere carattere universale.

Nel futuro pensi di continuare a lavorare sul Brasile o cercherai altrove i tuoi soggetti?

Il Brasile mi affascina e mi ispira, quindi per il momento continuero’ a lavorare li.

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