«Non comprate quel libro». Fine della magia per Ingrid Betancourt

«Lei comprerebbe il libro di Ingrid Betancourt?». Il 97,5% dei colombiani ha risposto di no. Il sondaggio lanciato dalla Librería Nacional, una delle maggiori della Colombia con almeno 30 negozi sparsi per il Paese, non lascia molti dubbi: dopo gli ultimi av- venimenti la popolarità della donna, per sei anni ostaggio della guerriglia, è decisamente in ribasso. Al punto che molte librerie hanno visto calare vertiginosamente le richieste del manoscritto che racconta proprio gli anni della sua prigionia e la cui uscita è prevista per settembre.
Dal suo rilascio, l’ex candidata alle elezioni presidenziali ha gradualmente perso il ruolo di eroina solitaria che le era stato attribuito quando – pochi giorni dopo la sua liberazione avvenuta grazie all’incredibile operazione militare Operación Jaque che salvò lei e altri 13 ostaggi senza che venisse sparato un solo colpo – partì alla volta della Francia e poi del mondo. Sembrava che le parole di ringraziamento per l’esercito e l’allora presidente Alvaro Uribe non finissero mai.
La terribile esperienza subita aveva portato l’opinione generale a essere indulgente con questa politica franco-colombiana per alcuni a volte colpevole di arroganza, ma che diceva di volere combattere la corruzione. E che aveva portato avanti in passato diver- se battaglie, tra le quali, ricorda la prestigiosa rivista Semana «un notevole sciopero della fame».
Quando però la Colombia, intesa come Stato e come popolo – dove un terzo dei lavoratori guadagna in media 200 euro al mese – si è vista recapitare una richiesta di risarcimento da 6,8 milioni di dollari (5,2 milioni di euro circa) per i danni morali e psicologici subiti durante la prigionia, l’indignazione è stata più forte della pietà. Insulti su internet, commenti poco piacevoli dai giornali. Una delle pubblicazioni più gentili è stata proprio Semana, che ha titolato «Vergonzoso» – Vergognoso. Per non parlare del governo, che si è affrettato a ricordare come in molti abbiano rischiato la vita per salvarla. «È un atto di avidità, ingratitudine e opportunismo che merita solo il rifiuto dei colombiani e dell’opinione mondiale» ha commentato il vice presidente Francisco Santos.
Da parte sua Ingrid, resasi subito conto della stupidaggine fatta, si è precipitata a concedere una lunga intervista a Radio Caracol durante la quale si è prontamente rimangiata la domanda di risarcimento definendola una «richiesta simbolica per far riflettere sul diritto delle vittime a ricevere un indennizzo». Il risultato è che nessuno vuole più conoscere la sua esperienza nella giungla colombiana. In poche parole, Ingrid ha sbagliato. O meglio, ha esagerato.
«Inizialmente la sua immagine era differente e il libro, a differenza di altri, cercava di dare un punto di vista della prigionia molto diverso – racconta al Riformista Felipe Ossa, direttore della catena Librería Nacional – e noi ne avevamo ordinato 12mila copie, solo per iniziare. Un numero incredibile per il mercato colombiano perché di solito come primo lancio ne chiediamo al massimo 2mila».
Un accordo che prevedeva anche una serie di incontri con l’autrice nei vari negozi, nonché un «anticipo di 400mila dollari che la Betancourt aveva preso dalla casa editrice Santillana solo per l’edizione in spagnolo», continua Ossa. E questo è, appunto, solo l’anticipo. Per il suo nuovo libro la Betancourt ha firmato contratti per quasi 7 milioni di dollari. In Francia la casa editrice Gallimard ha sborsato 3,7milioni mentre la britannica Penguin ne ha pagati 2,5. Viste le cifre, sarà difficile non dare ragione all’ex marito Juan Carlos Lecompte, mollato poco dopo la liberazione e autore di un libro che racconta il loro rapporto, quando la definisce «egoista e molto interessata ai soldi».
«La casa editrice ora dovrà comunque pubblicare il libro perché nel contratto c’è una clausola che prevede proprio questo obbligo – continua il direttore del negozio – e noi lo prenderemo per amicizia con il gruppo editoriale. Ma ho ridotto le ordinazioni a 300 libri».
Inoltre quando la Betancourt ha firmato questa serie di contratti già sapeva che avrebbe chiesto un risarcimento milionario alla Colombia ma si è ben guardata da dire qualcosa ai suoi editori. E non ha detto nulla anche alla cerimonia del 2 luglio scorso per ce- lebrare i due anni dall’Operación Jaque, alla quale ha partecipato commossa insieme agli altri ostaggi allora liberati con lei.
«Molta gente che normalmente viene in libreria ha detto che non lo prenderà – conclude Ossa – Ha perso di credibilità e il lettore si chiede: perché comprare un libro che sappiamo raccontare solo bugie?». Ha sbagliato Ingrid, così come sbagliò nel 2002 quando, in piena campagna elettorale, decise di proseguire per arrivare San Vicente del Caguán, zona ritenuta troppo pericolosa perché presidiata dalle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) con le quali l’allora presidente Andrés Pastrana aveva appena interrotto i negoziati.
Allora chiese di esservi portata da un aereo militare. Ma il presidente Pastrana e altri ufficiali rifiutarono la sua richiesta, sostenendo che né il governo né l’esercito colombiano avrebbero potuto garantire la loro sicurezza  durante le operazioni militari tese a riprendere il controllo della zona. Inoltre il suo essere candidata era d’ostacolo; soddisfare la sua richiesta avrebbe anche significato che il governo in carica impiegava risorse per sostenere l’interesse politico privato dei due candidati.
Racconta William Fernando Pérez Guarnizo, oggi Capo della Dottrina dell’esercito colombiano, al tempo comandante della divisione militare che operava nel dipartimento di Caquetá, l’area dove fu sequestrata la Betancourt: «L’abbiamo avvertita in tutti i modi – ha dichiarato a El Mundo l’alto ufficiale – ma non potevamo fare altro. Secondo la Costituzione della Colombia non è possibile, il diritto alla mobilità è inviolabile. Non possiamo prendere una persona e detenerla arbitrariamente perché è un reato, è abuso di potere». Con la sua richiesta, definita da molti un «suicidio politico», Ingrid si è giocata non solo la sua immagine a livello nazionale e internazionale ma anche la possibilità di essere nominata nel nuovo governo di Juan Manuel Santos, un tempo suo mentore al ministero del Commercio Estero. Negli ultimi dieci anni le Farc hanno rapito più di 3mila persone, ma prima di lei nessuno aveva mai chiesto tanto.

Giulia De Luca

(tratto da il Riformista)

Riformista 18 Luglio 2010

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