mercoledì 15 ago 2018

Bro MC’s: il rap degli indios brasiliani contro la deforestazione dell’Amazzonia

Appartengono a un popolo vessato dal latifondo, che ha perso la sua foresta, ma non mollerà la propria terra. Alcuni dei kaiowà si arrendono, altri combattono e muoiono, loro fanno il rap

Bro Mc's: rap selvatico (foto: la rete)

Bro Mc’s: rap selvatico (foto: la rete)

Poco più di due mesi fa il ministero della Sanità brasiliano ha diffuso un dato molto triste, che è subito stato ripreso dall’Ong per la difesa dei diritti dei popoli indigeni Survival e poi dalla stampa: tra i giovani dell’etnia Guaranì dei Kaiowà, abitanti la regione del Mato Grosso, risiede il più alto tasso di suicidi al mondo, con un ritmo di uno alla settimana nell’ultimo secolo e di addirittura 56 in tutto l’anno scorso. Forse anche per questo, quattro tra gli appartenenti alla fascia a rischio tra i 15 e i 29 anni, in cui i ragazzi si tolgono la vita, hanno deciso di aderire a una moda d’altro genere, quella del hip-hop, e di usarla per far sì che i problemi che angosciano i loro coetanei, i loro genitori e che angosciavano già i loro antenati, non tocchino poi anche ai loro figli.

 «Arrivo e rimo rap, in guaranì e in kaiowà. Così rapido io rimo che il tuo occhio non vedrà; e se poi vorrà vedere questo Mc già ben lo sa, che chi sente e non ascolta, vede ma mai guarderà». Nonostante la traduzione libera, il video di Eju Orendive, finora il singolo più apprezzato dei Bro Mc’s, mantiene la sua carica di rabbia, disincanto e voglia di integrazione: Mi vedi, si, ma non mi vuoi guardare. I ragazzi hanno i cappelli da baseball sulle ventitré, le canottiere della NBA e le guance dipinte come guerrieri tribali. Sono circondati da uno scenario bucolico dove i galli ruspanti sostituiscono le formose ballerine in bikini a cui ci ha abituato Mtv. I loro motorini stanno al posto delle Limo, e le capanne di bambù occupano lo spazio sul fondale, dove altrove starebbero le ville in stile Scarface o le luci di Las Vegas.

Senza che questo ambiente faccia in alcun modo da deterrente a una sana attitudine freestyle, il minuscolo ghetto blaster che hanno messo nel cestino di una bici suona solido nell’aria umida, piena dei loro testi serissimi: «Il villaggio si è unito e ora ci mette la faccia. Questa è una rivoluzione», si sente nel ritornello di una canzone in cui le lingue indigene si incrociano col portoghese e il cui succo è l’affermazione della dignità di un popolo, davanti alla guerra che gli hanno scatenato contro. «Faremo vedere ai bianchi che siamo uguali a loro e che possiamo vivere con loro», prosegue. La musa dei Bro Mc’s è molto diversa da quella che ispirò i padri fondatori della cultura hip-hop, ad Harlem negli anni Settanta, ma tiene fede al suo voto iniziale.

Rap è il diminutivo di represent, o per lo meno così sostengono alcuni, e i ragazzi rappresentano a tutto tondo la realtà del villaggio kaiowà che li circonda. Originari di quello che oggi sono il sud-ovest del Brasile e il Paraguay, i guaranì (di cui i kaiowà sono una delle tre etnie principali), sopravvissero alla colonizzazione spagnola meglio di altre culture dell’America antica. Le loro terre erano povere di risorse minerarie e la maggior parte dei coloni preferì cercare fortuna altrove. Gli europei che restarono si fusero, volenti o nolenti, alla cultura locale, permettendo la sopravvivenza di gran parte delle tradizioni autoctone. Tanto è così, che nel Paraguay moderno l’ultimo censimento realizzato nel 2012 ha rilevato che il 90% della popolazione parla guaranì, una lingua che non viene considerata volgare o sconveniente negli ambienti per bene, ma le cui espressioni sono anzi facili da trovare nel discorso di un giudice o di un presidente.

Paradossalmente, l’esistenza di un popolo che ha resistito a secoli di avversità, viene messa ora in discussione da un presente in cui gli Stati sudamericani sono sovrani, ma dove lo sviluppo macina, qui e altrove, la memoria storica delle proprie origini. Come in parte viene mostrato nel film di Marco Bechis, La terra degli uomini rossi, i kaiowà del Brasile vivevano un territorio selvatico di giungla fittissima, che la deforestazione per la produzione di legname e carbone, ma soprattutto per fare spazio agli allevamenti di bestiame e alle coltivazioni di zucchero e di soia, ha trasformato in una landa spelacchiata.

Sebbene il Brasile abbia varato due anni fa una legge per la protezione dei boschi, la sua messa in atto sembra aver ottenuto l’effetto contrario agli obiettivi preposti. L’Istituto Nazionale per le Ricerche Spaziali (Inpe), che osserva l’Amazzonia dall’alto ed elabora i dati insieme all’organo di controllo ambientale, Prodes, ha segnalato che nel 2013 il disboscamento è aumentato del 28%, dopo quattro anni in cui gli ambientalisti di tutto il mondo avevano celebrato la sua diminuzione. Il rappresentante di Greenpeace per la campagna Amazzonia, ha detto alla conferenza mondiale sul clima di Varsavia che «la normativa sulle foreste ha gran parte della colpa – infatti, secondo il suo punto di vista – chi scende a patti con i latifondisti, si sveglia con la deforestazione».

Nel caso dei Bro Mc’s, che provengono da una riserva statale nei pressi della città di Dourado e quindi non molto lontana da uno dei principali centri del Mato Grosso, il problema è anche più grave. Le loro terre sono state deforestate da tempo e la battaglia si disputa sul campo della proprietà. Ancora Marco Bechis con il suo film, ma anche molti altri, hanno tentato di spiegare agli occidentali la differenza tra proprietà ed appartenenza, secondo il sentire indigeno. Nella disputa per il diritto ad occupare un dato appezzamento, un proprietario terriero può presentare, per esempio, carte catastali che riportano legalmente il suo nome e aggiungere a questo il diritto di varie generazioni famigliari cresciute in quel luogo. I kaiowà, invece, trattano da una posizione molto diversa.

Innanzitutto, nella loro cultura il passato non si trova alle spalle della gente, ma difronte. Quindi, gli antenati non rappresentano un’icona da onorare liturgicamente, ma una questione da affrontare in quanto inevitabile. Poi, c’è il fatto della terra. I kaiowà, come molti altri popoli, vivono la cosa in modo molto spirituale e sentono di appartenere alla terra tanto quanto credono che questa gli appartenga. Per cui, non possono semplicemente arrendersi e andarsene: non è un loro diritto, non troverebbero mai pace altrove e non lo mettono neppure tra le opzioni. «È l’amore per la terra, per questa terra adorata», cantano i Bro. Un amore che però si scontra con un’altra visione del mondo.

I capi tribali uccisi nei famigerati raid squadristi dei proprietari terrieri, che usano la notte e le armi pesanti per liberarsi dalle voci critiche, sono moltissimi. 31 dei 51 indios ammazzati in Brasile nel 2012 erano del Mato Grosso, secondo dati del Consejo Indigenista Missionário (CIMI), che ne ha contati 554 dal 2003, di cui 310 guaranì. Due caciques sono stati uccisi nelle ultime tre settimane. Uno di loro, Ambrosio Vilhalva, era stato il protagonista de La terra degli uomini rossi ed era venuto anche al Festival di Venezia a presentare il film. Dopo anni di lotte e mesi di minacce, Ambrosio è stato trovato morto nella sua capanna con «diverse ferite d’arma bianca all’addome».

Un dossier redatto dalla Polizia Federale brasiliana e trapelato domenica scorsa, riporta la mobilitazione di centinaia di indios in assetto da battaglia. Hanno gli archi, le lance e le guance dipinte di rosso e di nero come i Bro Mc’s. Secondo quanto dichiarato da una delle loro rappresentanti, credono che i recenti omicidi siano l’avvisaglia del fatto che i latifondisti stiano creando una milizia paramilitare, per chiudere la discussione sulla terra una volta per tutte. I kaiowà hanno anche scritto una lettera a Brasilia in cui pregano le autorità di seppellirli dove moriranno e di prendersi cura dei figli che non potranno crescere. «A volte mi chiedo che ne sarà di me, spaccato, confinato, aspettando la fine», dice un’altra canzone.

Lascia un tuo commento

Powered by WordPress | Servicios de diseño