Argentina: buon sangue non mente, intervista a Hugo Chumbita

Parla lo storico inviso alla borghesia argentina per aver riaffermato l’origine indigena – e pertanto plebea – dei principali “padri” della patria: San Martìn, Hipòlito Yrigoyen e Juan Domingo Peròn. Una verità, per alcuni, ancora oggi inspiegabilmente scomoda

Asino: Chumbita bacchetta la storia ufficiale (foto: Pangea News)

Asino: Chumbita bacchetta la storia ufficiale (foto: Pangea News)

Hugo Chumbita è uno storico argentino, autore di diverse investigazioni riguardanti le radici indigene di alcuni dei principali “proceres”, i cosiddetti padri della patria, come José de San Martín, Hipolito Yrigoyen e Juan Domingo Perón. Due sono i libri pubblicati recentemente da Chumbita che hanno sollevato forti polemiche e dibattiti nell’ambiente accademico e politico, “El secreto di Yapeyù” (Trad: Il segreto di Yapeyù) e “Hijos del Pais” (Trad: Figli del Paese), nei quali afferma che questi tre personaggi fondamentali della breve ma tormentata storia del paese siano stati mestizos, meticci, ovvero di sangue misto europeo ed indigeno.

Nulla di eclatante, almeno a prima vista, per chi conosce la storia dell’America Latina, teatro del tragico scontro tra conquistadores e conquistati e della loro successiva fusione: uno dei processi di mescola etnica più massicci della storia. Eppure Chumbita afferma di essersi più e più volte scontrato con “i guardiani” della storia ufficiale argentina, restia ad accettare che tali leader fossero di “razza mista” o mixed breed, come direbbero gli anglofoni parlando di cavalli:

– il visionario José de San Martìn, il vero “padre della patria”, militare della corona spagnola nato a Yapeyù, nella provincia di Corrientes, capace di concepire in segreto il piano di emancipazione delle colonie sudamericane facendo ricorso a circoli segreti di stampo massonico e guidare così Argentina, Cile e Perù alla conquista dell’indipendenza;

– Hipòlito Yrigoyen, primo presidente del paese a essere eletto tramite suffragio universale maschile e segreto (1916) e ricordato come colui che per primo si oppose ai poteri britannici di stanza a Buenos Aires. Sostenitore della Costituzione e dell’estensione del diritto elettorale, si azzardò a sfidare – pagando con un colpo di stato ai suoi danni – i cartelli nordamericani del petrolio con la fondazione di YPF, la compagnia petrolifera nazionale, avvenuta durante il suo mandato;

– Juan Domingo Peròn, che a tra il ’46 ed il ’52 porterà a termine progressive trasformazioni sociali con cui ridurre e sradicare l’ingiustizia sociale endemica su cui si era basato lo sviluppo argentino della prima parte del ‘900. Mobilitazione sindacale e riorganizzazione dell’apparato statale furono le basi della tappa di industrializzazione avviata sotto il suo primo governo, orientata al raggiungimento di uno stato di indipendenza economica del paese.

Studioso del processo di emancipazione del Sudamerica e delle vicende che portano l’Argentina all’unità nazionale, Hugo Chumbita nasce nella provincia de La Pampa nel 1940. Comincia studiando Sociologia ma terminerà laureandosi in Giurisprudenza alla UBA di Buenos Aires nel 1967, a ridosso del periodo di estrema tensione politica e sociale che sfocerà in guerra civile e che culminerà con l’instaurarsi della dittatura civico – militare nel marzo del 1976. Arrestato ed imprigionato senza processo dal ‘75 al ‘78 nel carcere di Rawson, sulla costa atlantica della Patagonia, gli verrà concesso dalla giunta militare il “privilegio” di ritirarsi in esilio in Spagna, a Barcellona, dove rimarrà fino all’84. Rientrato in patria continuerà la carriera accademica, occupandosi di Diritto, Scienze Politiche e Storia, e pubblicando numerosi scritti, dei quali alcuni, dedicati alle pratiche del brigantaggio rurale, ripresi da storici di fama mondiale come Eric Hobsbawn.

Ci riceve nel suo appartamento nel quartiere portegno di Palermo: in salotto, un ritratto sorridente di Eva Peròn, moglie del generale Juan Domingo e mito delle classi popolari, ed uno del Che Guevara con la pipa, in una posa inusuale, differente da quella classica con basco e sguardo intenso verso l’orizzonte: “L’ho comprato a Cuba tanti anni fa – dice ridendo – mi piaceva che non fosse la solita immagine stereotipata del Che…El Che y Evita…che personaggi, non crede?”

Nei suoi libri lei parla di una riluttanza, tutt’ora presente nella società argentina  attuale, riguardo al discutere le possibili origini meticcie dei “Proceres”, i “padri della patria”. Perché e in che settori della società vi sarebbe la necessità di occultare tali aspetti?

Purtroppo non abbiamo ancora finito di fare i conti con i nostri quattro nonni: quello indigeno, quello nero africano, quello spagnolo e quello emigrato per ultimo, arabo, polacco, irlandese o italiano che fosse. Continua a prevalere a livello cosciente – o incosciente – la concezione colonialista che penalizza il fatto di essere di sangue “indio”, aspetto inevitabilmente assai evidente per esempio nell’epoca dell’emancipazione coloniale, l’epoca di San Martín. È una mentalità razzista che si riproduce in tutta l’elite politica dei secoli XIX, XX e XXI fino ad arrivare a i giorni nostri, ed è un pregiudizio che non è ancora stato rimosso. Gli italiani sono orgogliosi dei loro antenati latini ed etruschi, i francesi delle loro origini galliche: paradossalmente, in un paese come questo che emerge dal colonialismo, l’élite continua a negare i suoi antecedenti indigeni, e questa attitudine impregna il sistema culturale ed influisce in tutti i settori sociali. Si fatica a riconoscere il fenomeno della “mescola”.

La sua potrebbe sembrare una tesi quasi “romantica”: l’essere “meticcio” come elemento di identità con il popolo e fattore determinante per assumere un ruolo di condotta.

L’elemento dell’identificazione è un fattore chiave per assumere la figura di conduttore politico e militare: prendiamo San Martín, personaggio unico nella nostra storia, amato dai suoi soldati e in seguito dal popolo che ne conserva la memoria, nonostante l’ostracismo delle élites salite successivamente al potere che ne decretano il definitivo esilio in Europa, o i casi di Yrigoyen e Perón, altrettanto paradigmatici: figli di madre “india” che riescono a captare la sensibilità popolare. La loro origine è un segno di identificazione con la gente, sono tipi formati alla europea, occidentali se vogliamo, ma che possiedono un carisma che permette loro di stabilire una stretta comunicazione con le masse meticcie: caudillos riflesso del popolo che li seguì e che cercarono di conservare in rigoroso silenzio il segreto scomodo delle loro origini, nonostante per più di qualcuno lo portassero irrimediabilmente scritto in volto. Ci sono grandi linee di coincidenza tra le masse popolari e i movimenti sociali che stanno ala base dei progetti politici di Yrigoyen e Perón e l’incredibile esercito di creoli, gauchos e meticci messo insieme da San Martín. È un tema che oltrepassa l’aneddotica e l’analisi storiografica per sconfinare nella sociologia, oltre che nella genetica. Un punto di incontro tra discipline.

Nelle conclusioni di “Hijos del país” lei definisce l’Argentina “un paese in perenne lotta per la sua identità, che si è negato a sé stesso e che continua a non riconoscersi”.

In Argentina non c’è una completa accettazione della condizione “americana” nel senso di meticcia: l’esempio tipico è la classe “patrizia” portegna, l’élite nobile e paradossalmente europeista discendente dalle antiche famiglie fondatrici di Buenos Aires, a loro volta discendenti dalle famiglie di Guaraníes provenienti da Asunciòn (capitale dell’attuale Paraguay, ndr), con cui nel 1580 Juan de Garay decise di popolare la città che si apprestava a fondare. La mia idea, in definitiva, è che c’è un grosso problema irrisolto di identità in Argentina. Il pregiudizio dimostra un’insicurezza nel riconoscimento di una parte della nostra cultura, della tradizione e del sangue dei popoli originari. Di San Martín si ricordano le battaglie e la sua vita politica, ma per capirne la campagna di liberazione coloniale ed il senso della sua lotta politica bisogna tentare di immaginarne le motivazioni, il suo orizzonte, il desiderio di rivendicare un popolo colonizzato del quale egli stesso fa parte: questo è l’argomento passionale che muove e conduce la lotta per l’indipendenza. Nel momento in cui questo elemento non viene riconosciuto, insistendo a negare che ci fu una necessità di rivendicare una propria identità, non si potrà mai consolidare l’unione di cui un paese necessita un per realizzarsi.

Che conseguenze hanno per lei queste contraddizioni nello sviluppo del paese?

Le nostre classi dirigenti possono sentirsi solidali con gli Stati Uniti, con l’Europa e strategicamente anche con il resto dei paesi Latinoamericani, ma il “negro” come lo chiamano indiscriminatamente, l’operaio, il lavoratore di classe bassa, è una questione a parte: manca la solidarietà nazionale che è la base di una società, e in mancanza di essa la lotta di classe e tra classi si fa molto più acuta. Nell’Argentina di oggi questo conflitto perenne ha portato a una sorta di ingovernabilità: peronismo-antiperonismo, kirchnerismo-antikirchnerismo e via dicendo, la società è perennemente spaccata, manca il cemento per un’unità nazionale, e c’è ancora una gran parte della popolazione che non si sente identificata con suoi antecedenti, nonostante quando si cominci a risalire l’albero genealogico di ciascuno di noi, queste sono le radici che emergono regolarmente.

Come definirebbe l’Argentina di oggi?

Contraddittoria. L’oligarchia argentina è sempre stata ambigua, oscillando tra il criollismo e l’europeismo: ebbe il suo nazionalismo di destra con cui perseguitare gli operai anarchici stranieri e cacciarli dal paese, mentre un’ala più liberale trovò la forma di giustificare la nostra condizione semicoloniale definendoci “la perla più brillante della corona britannica”, la colonia che si amministrava da sola. Questa ambiguità politica fu un’opera maestra di cinismo, che riflette l’identità contraddittoria degli argentini. Quando veniva un viaggiatore dall’Europa lo portavano a una estancia nel mezzo della pampa, gli davano asado e gli scattavano una foto con il cappello da gaucho ed il mate, dopodiché tornavano ai loro palazzi europei nei quartieri del Barrio Norte e della Recoleta. Ricordo di camminare alla fine degli anni ’70, durante l’esilio forzato, per le strade del centro di Parigi: quei tetti scuri mi davano la sensazione di osservare un paesaggio conosciuto. Avevo la sensazione di essere già stato lì, fino a che non mi accorsi che avevo vissuto in un’altra città, Buenos Aires, che era la copia di quella originale, nella quale finalmente mi trovavo. Peccato che a Buenos Aires non nevichi mai, per vedere come scivola la neve su quei tetti inclinati che sono ancora lì, testimoni muti di un’epoca.

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