Addio a Eduardo Galeano, l’ultimo articolo di Pangea: “Siamo fatti di atomi, ma anche di storie”

È stata una delle ultime apparizioni pubbliche dello scrittore uruguaiano, scomparso oggi all’età di 74 anni. Era venuto a Buenos Aires per presentare il suo libro più recente, I Figli dei Giorni, a cui, ormai è sicuro, non ne seguiranno altri. Ecco cosa successe quel giorno

Assorto davanti alla moltitudine: Eduardo Galeano in una delle sue ultime apparizioni pubbliche (foto: Pangea News)

Assorto davanti alla moltitudine: Eduardo Galeano in una delle sue ultime apparizioni pubbliche (foto: Pangea News)

Buenos Aires – Erano dieci anni che Eduardo Galeano non compariva alla Feria Internacional del Libro. Per farlo ha aspettato di presentare una nuova opera, la numero sedici, da quando nel 1971 diede alla luce Le Vene Aperte dell’America Latina che Hugo Chavez regalò a Obama al momento di assumere la presidenza a stelle e strisce. Sabato sera più di mille persone aspettavano Don Eduardo in fila di fronte alla porta del salone “José Hernández” della Sociedad Rural Argentina, sede della fiera e paradossalmente simbolo storico dei grandi proprietari terrieri del latifondo Argentino.

Più che un incontro con l’autore sembrava di essere ad un concerto o ad un grande avvenimento politico, e in un certo senso per molti lo era. Giornalisti, fotografi e un fiume di gente in fila per ore arrivata anche il giorno prima da regioni ben distanti dalla capitale: “Siamo arrivate ieri da Entre Rios (500 km di distanza, ndr )”, conferma sorridente una signora tra le prime, sorseggiando un mate nell’attesa. Molti di loro non riusciranno a entrare e seguiranno l’evento da fuori, su un maxischermo montato per l’occasione. Tra le ovazioni, l’uruguayo settantaduenne sale sul palco con alcuni fogli in mano, saluta discreto, si siede su una poltrona e in un atmosfera intima si appresta a leggere alcuni brani, scanditi dagli applausi di chi rimarrebbe ad ascoltare la sua voce calda ben oltre le due ore previste.

Spaziando tra l’antichità ed il presente, l’ultima opera letteraria di Eduardo Galeano “Los hijos de los dias” (I figli dei giorni, ndr) si compone di 366 racconti brevi, uno per ogni giorno dell’anno, includendo anche quel 29 di febbraio “che ha l’abitudine di fuggire dal calendario per ritornare ogni 4 anni”. Tra semplicità ed eleganza – nello stile de “Le Labbra del Tempo” – oltrepassando i confini del Continente-Stato di cui Galeano rappresenta uno dei padri intellettuali, questa sorta di calendario, almanacco letterario e tributo a memorie dimenticate naviga nella Storia alla ricerca di ciò che ogni giorno dell’anno ha da raccontare, nel tentativo di tracciare una mappa del tempo da sovrapporre alla mappa del mondo. “Tutti i giorni hanno una qualche storia da raccontare. Secondo i Maya il tempo fonda lo spazio: il tempo è nostro padre e madre, e noi saremmo quindi i figli dei giorni, e come tali, diventa naturale che da ogni giorno nasca una storia”. In una vertigine temporale il Passato si converte in Storia e la Storia si proietta in maniera irreversibile verso il Futuro.

Credo che gli hermanos della teologia della liberazione si sbaglino quando dicono di essere, o voler essere, la voce di coloro che non hanno voce. Tutti abbiamo una voce – tutti – però succede che sono pochi quelli che possono essere ascoltati”. Tra sogno e realtà trovano così spazio Adamo ed Eva, i primi esiliati della storia, Enheduanna, la prima scrittrice della storia che 4300 anni fa con questo nome firmava le sue composizioni su tavolette d’argilla, il greco Eratostene che 2300 anni or sono calcolò la circonferenza della terra sbagliandosi di 90 chilometri. Dalla nascita di due fratelli inseparabili – FMI e Banca Mondiale – in una località turistica chiamata Bretton Woods si passa al resoconto della guerra in cui l’Iraq ha bombardato gli Stati Uniti a causa delle loro armi di distruzione di massa; dal giorno in cui gli abitanti di un intero continente scoprono di essere nudi e selvaggi si ripercorrono assedi e rivoluzioni, storie di uomini e soprattutto donne dimenticate, desaparecidos; popoli originari, risorse naturali e multinazionali: “se la natura fosse un banca, l’avrebbero già salvata”, tèrmina una delle riflessioni sulla crisi attuale.

A quattro anni dall’uscita di Specchi, con la stessa prosa breve e squisitamente semplice tornano a incrociarsi splendori e miserie della Storia, magie e profezie, versioni oniriche e plausibili di una quotidianità che si ripete impassibile di fronte all’umanità che la popola e la attraversa, ponendo interrogativi stuzzicanti sulla nostra origine, condizione ed essenza, sul nostro passare in un determinato momento per una determinata strada. Bentornato Galeano.

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