«Voglio morire in Italia», un ex partigiano bloccato in Uruguay

Giovanni Dal Molin ha 85 anni e il sogno di un ultimo biglietto per Belluno, ma il problema sono i soldi. Nella vita ne ha viste di belle, dalla guerra, ai sobborghi di San Francisco, ma ora vive in una parrocchia a Montevideo, con i pochi spiccioli che gli passa lo Stato italiano

Autostoppista transatlantico: Giovanni chiede un passaggio fino a casa (foto: la rete)

Autostoppista transatlantico: Giovanni chiede un passaggio fino a casa (foto: la rete)

Buenos Aires – C’è una storia iniziata quasi cent’anni fa ai piedi delle Dolomiti. Una storia passata per la guerra partigiana, le prigioni naziste, la California degli anni Cinquanta e i desperados messicani che tentavano di raggiungerla. È una storia che ormai volge al termine, ma che il suo protagonista vorrebbe finisse dov’è cominciata e non su un marciapiede in Uruguay, paese in cui ristagna da quattro anni. Giovanni Dal Molin ha passato l’ultimo mese davanti al nostro consolato di Montevideo, con al collo un cartello che dice: «Sono italiano, ho 85 anni e voglio tornare a casa». Poi, qualcuno si è accorto di lui, ma era solo la polizia che voleva impedirgli di bivaccare.

«Sono stati gentili – racconta davanti a un piatto di riso, nella parrocchia in cui sta da quattro anni, insieme a un altro anziano con cui divide i costi del gas per cucinare – non mi hanno arrestato, ma non hanno neanche voluto che restassi». Il piano era quello di avere dal consolato un biglietto per tornare in Veneto, precisamente a Limana, dove Giovanni è nato nel 1928. Alcuni dicono che lì abbia ancora una sorella gravemente malata, ma lui non è sicuro: «Non so, credo che a casa non mi resti nessuno».

Le sue peregrinazioni iniziarono sul finire della Seconda Guerra Mondiale. «Avevo quindici anni – ricorda orgoglioso – l’Italia era spaccata e il nord era in mano ai nazi-fascisti. Così mi unii ai partigiani del Comando Piazza». Le SS pattugliavano le montagne e Dal Molin non tardò molto nel finire in mano ai tedeschi con la sua brigata: «La cella era uno schifo – racconta – avevano ammassato dieci ragazzi come me nello stesso buco, il primo del corridoio. Siamo stati rinchiusi per quaranta giorni a pane e acqua, con una tavola per dormire e il materasso come coperta. Di notte, venivano a prendere i prigionieri per impiccarli e li tiravano fuori senza dire una parola».

Dopo l’armistizio, Giovanni iniziò a sfruttare quell’istinto da mercante che poi l’avrebbe sostenuto per la vita. «Compravo gli orologi Seiko. Erano subacquei e costavano un terzo di quelli svizzeri. Ci ho fatto un bel po’ di soldi», precisa. Abbastanza per tentar la sorte in America. Il suo vapore però non arrivò a New York, come sperava, ma in Messico, dove dovette tentare di entrare negli USA da clandestino. Era il 1958 e lui stava con Ilic, un amico italiano, alla periferia di Tijuana, l’ultima tappa dei desperados prima di lanciarsi sulla frontiera. «I messicani dicevano: l’unica è tuffarsi nel Rio Bravo. Ma noi decidemmo di tentare un azzardo. Saltammo il reticolato a cento metri dalla polizia e nessuno si accorse di nulla. Ci fregò l’impiegata della compagnia degli autobus, quando comprammo i biglietti per San Diego. Speravamo di arrivare a San Francisco, ma parlavamo male inglese e ci denunciò». Fu così che dopo poco, il pullman fu fermato per un controllo.

«Mi misi a leggere un giornale che avevo trovato sul sedile. Non ci capivo niente, ma bastò a farmi passare inosservato». Ilic, invece, lo presero e lo portarono via. Una volta a San Francisco, Giovanni fu aiutato da un ristoratore greco. «Mi trovò un motel per coppiette. Pagavo un dollaro la notte ma non trovai mai un lavoro fisso». E allora, decise di riprendere la strada verso sud. «In Messico vendevo vestiti e mi cacciarono dopo che persi tutto ai cavalli, il mio vizio più caro. A Panama feci il mercante di perle. Non sono mai diventato ricco, ma me la sono cavata».

Da dieci anni Dal Molin vive in Uruguay, ma ora, sente che la vita è agli sgoccioli e vuole il suo ultimo biglietto: «Vorrei morire in Italia e, se non posso, preferisco morire in fila al consolato». Il problema sono soprattutto i soldi. Lo Stato italiano gli dà un sussidio da 106 euro al mese, ma un biglietto costa quasi 10 volte di più. Intanto, si sono mobilitate le associazioni di connazionali in Uruguay. Sabato, c’è stata una festa per raccogliere fondi. Pioveva, ma ci sono andate circa 50 persone. Lui aveva sempre al collo il suo cartello, mentre gli altri ne avevano di simili, in cui si leggevano frasi tipo: «Sono uruguaiano, ho 30 anni e voglio aiutare Giovanni».

2 Commenti

  1. livia maria boschiero scrive:

    25.6.014
    In relazione al Sr. Dal Molìn, io vorrei farvi dei comenti, ma non trovo l’indirizzo mail vostro, così che mi piacerebbe che me lo mandate, perxche la notizia o il comento su questo fatto non e del tutto come lo havete manifstato, sono sicura che voi havete publicato in buona fedde, ma mi piacerebbe essere in comunicazione con voi, così che vi pregho di mandarmi il vostro mail così comunico in forma più diretta.
    Grazie per la vostra atenzione.
    Saluda Cordialmente Livia Ma. Boschiero

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